|
|
Viterbo – Pubblichiamo il discorso di insediamento di Daniele Montanarini nuovo presidente Cia Lazio Nord Rieti – Viterbo. Eletto all’unanimità il 24 febbraio – Il mio nome rappresenta una sfida.
In questo paese malato, io, alla soglia dei 40 anni, sono considerato un giovane: nella società, nel nostro settore, addirittura nei bandi del nostro settore ed infine nella nostra stessa associazione.
E soprattutto finiscono per essere considerati da giovane i punti di vista e le proposte di chi mi è coetaneo, salvo poi in ogni occasione sventolare retoricamente l’esigenza di un ricambio generazionale.
Ma l’esperienza della mia generazione può aiutare a riflettere.
La mia generazione è quella che si è trovata a scoprire che il mondo per cui ci hanno cresciuto per vivere non esiste più; ed è per questo che a volte sembra confusa e fuori fuoco, ma proprio per questo riserva risorse uniche.
Nel nostro settore, siamo la prima generazione che ha iniziato l’attività agricola in un contesto imprenditoriale, e non più meramente produttivo; per dirla come Gian Paolo Tosone: “l’agricoltura passava dall’esercizio normale alla multifunzionalità del terzo millennio”.
Il crollo del reddito agrario ci ha obbligati da subito ad intendere la sostenibilità del nostro settore come possibile solo mettendo alla prova ogni direzione o forma potesse assumere, per poter fronteggiare le nuove variabili in cui era inserita: cambiamenti climatici, che rendevano inefficaci vecchi metodi di produzione e esponevano l’agricoltura a danni in passato impensabili; aumento della buracrazia, che obbligava una formazione permanente per evitare sanzioni e divieti; strapotere della Gdo, che aumentava sempre più la distanza tra costo di produzione e valore riconosciuto del prodotto; impatto del marketing, che imponeva di affiancare alla produzione una narrazione ammaliante del prodotto; aumento degli investimenti, che richiedevano grossi capitali per la riconversione aziendale e spesso esponevano al sovraindebitamento; difficoltà di accesso alla terra, che diventava sempre più oggetto di speculazione e difficilmente era finanziabile.
Davanti a tutto ciò, l’impresa agricola, soprattutto la piccola impresa agricola, ha iniziato a sentirsi sopraffatta: da un lato schiacciata da problematiche sempre in aumento, dall’altro sollecitata da una richiesta di una sempre maggiore professionalità e specializzazione.
In questo combinato disposto, negli ultimi 20 anni le aziende agricole italiane sono diminuite di 1, 25 milioni, passando da circa 2,4 a 1,13 milioni, registrando un calo del 55%.
E tutto ciò non può che determinare il senso di scoramento che continuamente pervade le discussioni – o anche le semplici chiacchierate – tra noi agricoltori: un misto di fatica e solitudine, sentire di esser stati lasciati alla periferia della società, stanchi per la dimensione sempre crescente delle sfide a cui si è sottoposti.
È da questo affresco e da questo senso di sfiducia che rimbalza come unica possibilità di invertire questo lento declino l’esigenza di tornare ad aggregarsi, tornare ad essere produttori insieme: ritrovarsi tra agricoltori per rispondere assieme alle difficoltà che vessano il nostro settore.
Ma per tutto questo, come Cia, abbiamo nella nostra storia e nella nostra identità un bagaglio formidabile.
Abbiamo chi molto prima di oggi ci anticipava – come ha fatto Emilio Sereni – che “solo quando il contadino si organizza con altri suoi pari, la solitudine diventa forza e la fatica diventa progesso”.
Ma per essere all’altezza di tutto questo, dobbiamo tornare a ripensare il nostro impegno pubblico e civile, nonché la nostra stessa associazione.
Mentre il nostro settore rischiava di implodere, la sfiducia faceva scomparire lo sforzo di trasformare l’esperienza delle problematiche in proposta politica; ed intanto i nostri uffici diventavano mere agenzie di servizi.
Progressivamente la nostra attività sindacale ha iniziato ad assomigliare sempre più ad un’attività lobbistica, svendendo la nostra identità al vantaggio del momento.
Abbiamo dimenticato il monito di Giuseppe Avolio, quando gridava con forza che “la dignità del lavoro agricolo passa solo attraverso l’organizzazione ed i diritti economici”.
Per tutto questo, i nostri tempi ci sollecitano oltre modo a riappropriarci della nostra natura consociativa proprio per raggiungere nuovamente obbiettivi di sostenibilità economica del nostro settore, difendendolo da imbonitori che provano continuamente a tradirlo con discorsi tanto rabbiosi quanto fantasiosi.
Noi, come Cia, per come io ho conosciuto Cia e per come vedo tutt’oggi esser partecipata e viva Cia, noi abbiamo il materiale identitario e la storia per riprendere questo percorso.
Qui ho conosciuto un grande e plurale fermento nella rappresentanza a tutti i suoi livelli, ed una straordinaria competenza nelle nostre professionalità.
Per questo a tutti dico: torniamo a considerare una fortuna stare nel sindacato, in questo sindacato, in Cia.
E mi rivolgo tanto alle imprese quanto ai nostri collaboratori: ripartiamo da un clima disteso e collaborativo al nostro interno, e da uno spunto combattivo fuori.
Come avrebbe detto Lobianco: “Riportiamo gli agricoltori a sedere ai tavoli che contano, a schiena dritta anche se con le scarpe sporche”.
Anche perché il tempo è poco, e i contadini saranno liberi solo quando non permetteranno che altri facciano le leggi per loro.
E anche perché, io non so fare diversamente.
Daniele Montanarini
