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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Ci sono spettacoli che si costruiscono e altri che accadono. “Aspettando non so” appartiene alla seconda specie: non nasce da un’idea compiuta, ma da una necessità condivisa, emersa lentamente tra voci, corpi, risate e attese.
È da qui che prende forma il nuovo lavoro diretto da Piermaria Cecchini, in scena il 3 maggio al Teatro San Leonardo alle ore 17,30. Un progetto che, già dal titolo, sembra evocare un’eco lontana di Aspettando Godot, ma che in realtà sceglie una strada più fragile, più umana: togliere persino il nome dell’attesa lasciandone solo il gesto.
Nello scambio avuto personalmente con il regista, Cecchini non parla mai al singolare. Raccontando questo lavoro, usa sempre il plurale: noi. E non è un vezzo ma una postura.
Questa esperienza scenica nasce infatti all’interno di un laboratorio teatrale tenutosi ogni mercoledì, dalle 18,30, presso Casa Viterbo — spazio civico inaugurato nel quartiere San Faustino come luogo di incontro, idee e partecipazione. Doveva essere solo un laboratorio. È diventato uno spettacolo. Un passaggio non programmato, ma necessario.
Un’esigenza emersa da un gruppo di venti partecipanti che il 3 maggio saliranno in scena. Non interpreti di un testo già scritto, ma presenze attive della sua costruzione.
E sono proprio loro — venti corpi senza accademia, senza mestiere dichiarato — a portare in scena qualcosa di raro… un entusiasmo non mediato, una gioia che non si recita ma si sprigiona. Non sanno esattamente cosa accadrà, e forse è questo il punto. Perché ciò che manca come definizione diventa presenza.
L’incontro con Cecchini avviene in un clima di serena leggerezza. Ma è una leggerezza che non sfiora: affonda. Per lui non è superficialità, ma un modo per attraversare il senso più profondo dell’essere umani tra gli umani. Ridere, nel suo teatro, non è evasione… è uno strumento di conoscenza. È lì che emergono le consapevolezze più dure.
Non a caso, alla domanda sull’origine dello spettacolo — se fosse nata da un’immagine felice o triste — risponde senza esitazione: “Sicuramente divertente.” E in questo si condensa una poetica precisa: si può imparare solo divertendosi. E così è stato.
Il lavoro è stato scritto in tre mesi. Tre mesi di attesa. Un’attesa abitata e trasformata.
Dentro, un richiamo dichiarato a Giorgio Gaber, e un dialogo implicito con Beckett. Ma il teatro di Cecchini non è né citazione né esercizio stilistico. È un teatro in bilico: tra classico e assurdo, tra parola e corpo, tra struttura e accadimento.
E soprattutto è un teatro che insiste su una verità semplice e radicale: “Il tempo è adesso”.
In scena, questo prende forma attraverso un elemento simbolico: un raccoglitore del tempo. Perché il tempo, per Cecchini, non è qualcosa che passa, ma qualcosa che si vive. Non conserva: riattiva.
Non è un oggetto che conserva ciò che è stato. Piuttosto, sembra trattenere ciò che resta.
Un tempo non misurabile, non lineare, ma vissuto… fatto di attese, ritorni, presenze.
Come se passato e futuro si comprimessero in un unico gesto… stare.
In un tempo che consuma tutto in fretta, Cecchini compie un gesto controcorrente: rallenta, insiste, costringe a restare. Perché aspettare, oggi, è forse l’atto più sovversivo che ci resta.
Qui si inserisce una tensione più ampia, che attraversa anche il suo lavoro di scrittura: il regista sta ultimando il suo secondo libro, “Gli amori del tempo fermo”, che seguirà “Una vita abbastanza” all’interno di una trilogia dedicata proprio al tempo, al suo di tempo, quello di un vissuto inteso come esperienza incarnata nel presente.
A tessere ulteriormente l’atmosfera, la selezione musicale di Laura Antonini accompagna e amplifica il tempo scenico, trasformandolo in esperienza sinestetica.
La scena sarà essenziale, moderna, quasi nuda: una fermata d’autobus. E poi c’è una linea gialla. Tutto accade dietro quella linea. Non è solo un elemento scenografico. È un confine.
Un limite che richiama attesa, sicurezza, distanza — ma anche desiderio di oltrepassare. È la soglia tra ciò che può accadere e ciò che resta sospeso. Tra il qui e l’altrove. Tra il tempo che viviamo, quello che aspettiamo di vivere e quello che ritorna sempre.
È anche una linea etica. Una linea che separa ciò che è consentito da ciò che desideriamo. Restare dietro quella linea significa obbedire. Attraversarla significa esporsi. Ma proprio perché così carica di significato, questa linea rischia anche di chiudere il senso invece di aprirlo. Sarà interessante capire se resterà una soglia ambigua — capace di generare interpretazioni — o se diventerà un simbolo già risolto, già consegnato allo spettatore.
E forse il teatro della vita accade proprio lì: nel momento in cui qualcuno decide di non restare più al proprio posto. E allora risuona, quasi come una controvoce, la frase attribuita a Leo Buscaglia: “L’unico rischio dei sogni è che si avverino.” Un rischio che riguarda anche il teatro, quando smette di essere attesa e diventa presenza.
Piermaria Cecchini si definisce un “favolaio”. Ma è un favolaio che ha attraversato il teatro, il cinema, la televisione, portando sempre con sé un’identità precisa… quella di un uomo che ha vissuto, che ha attraversato le grandi proteste e le lotte degli anni 60, e che ha scelto di restare fedele ai propri valori di “ragazzo di provincia”.
Cecchini è un favolaio, sì. Ma le sue favole non consolano del tutto. Lasciano aperto qualcosa. Restano aperte, a tratti scomode, sempre attraversate da una verità che non si lascia imbrigliare. Il suo legame con Viterbo non è solo geografico: è umano. Una città che, come racconta, si incarna ogni volta nei suoi spettacoli. Perché per lui il teatro è relazione. È incontro.
“Non tramonti mai il sole sulla vita” ci dice San Paolo… e chissà che non sia proprio questo che il lavoro prova a fare: trattenere la luce dentro l’attesa.
Dunque non promette risposte, non scioglie l’indugio, non indica una direzione, ma costruisce uno spazio in cui stare insieme: l’appuntamento è per il 3 maggio al Teatro San Leonardo, per aspettare senza sapere cosa e, proprio per questo, esserci davvero.
Antonella Multari
