Viterbo – Le utopie fanno ridere. Poi fanno la storia. Matera era una vergogna. Oggi è patrimonio Unesco. Genova aveva un porto abbandonato. Oggi è il suo simbolo. Torino era finita. Oggi è rinata. All’inizio è sempre così: è impossibile, non si può fare, non serve. Poi, quando succede, diventa ovvio.
La città di Viterbo
La verità? Non mancano le risorse. Manca il coraggio. E senza coraggio, le città non crescono. Si limitano a sopravvivere. Per queso, ributto lì una questione già accennata tempo fa, ma che merita di tornare sul tavolo.
Siamo tutti innamorati della nostra città – com’è giusto che sia – ma Viterbo, rispetto a tante altre meravigliose città italiane, ha una peculiarità in più: le terme. E non è una cosa da poco. Anzi, è una delle esperienze salutistiche oggi più richieste da chi sceglie una destinazione.
Eppure non la stiamo vivendo fino in fondo. Nelle città che funzionano davvero – Budapest, Baden-Baden, Merano – le terme stanno dentro la città, ne sono il cuore. Qui invece restano ai margini, come se fossero un’aggiunta e non una vocazione.
E allora la provocazione è semplice: perché non immaginare Valle Faul come centro termale urbano? La parte alta – dal lato opposto del palazzo papale – oggi inutilizzata, potrebbe diventare un sistema di vasche all’aperto. Le strutture esistenti – ex ospedale Grande degli Infermi, ex banco del Cimino, banca d’Italia – potrebbero ospitare spa e servizi. Il parcheggio sotto il Sacrario, gli spazi restituiti alla città. L’ex mattatoio trasformato in terme coperte, vere.
L’acqua c’è già. Dal Bullicame – o dal Bagnaccio – potrebbe arrivare quasi per caduta naturale. E quel famoso marciapiede rosso potrebbe finalmente avere una funzione: diventare la dorsale sotto cui far correre una tubatura per portare l’acqua fino al cuore della città. Non è solo una suggestione.
Insieme ad alcuni amici stiamo costituendo un gruppo con degli esperti per studiare seriamente questa possibilità e arrivare a una proposta concreta, sostenibile. E siamo aperti ad accogliere tutti coloro che credono in questo progetto e vogliono contribuire a sfidare il futuro. Perché il punto è uno solo: la politica dovrebbe occuparsi di visione, non solo di manutenzione. Il resto è ordinaria amministrazione.
Il futuro non si aspetta. Si costruisce.
Giovanni Bartoletti
