Fabrica di Roma – “Dove è mio figlio? Chi ha preso mio figlio?”. Oltre ad assistere alla morte del fratello, massacrato di botte dal compagno perché la stava difendendo, ha anche temuto di avere perso il figlioletto di pochi mesi, avuto dall’omicida. Il piccolo, che non era in casa, è stato poi trovato dai carabinieri tra le braccia della nonna, mentre la madre, in lacrime, diceva “mio fratello è stato ucciso dal mio compagno”. Lo stesso condannato a 5 anni e mezzo per averla picchiata quando era incinta, da lei perdonato e ripreso in casa nonostante tutto.
Omicidio di Fabrica di Roma – Nel riquadro la vittima Valentin Ionut Crisan
Una tragedia che ha sconvolto due famiglie. È ripreso così ieri il processo in corte d’assise, per omicidio preterintenzionale, al 34enne romeno Dumitriel Daniel Ene, accusato di avere ucciso il cognato 31enne Valentin Ionut Crisan, la sera del 26 luglio dell’anno scorso a Fabrica di Roma dopo la festa di compleanno di una bambina di dieci anni, figlia della compagna e sorella maggiore del loro bambino.
Nessun dubbio per il medico legale Benedetta Baldari, che il 29 luglio ha effettuato l’autopsia. “La vittima è morta in seguito allo stress emotivo e ipertensivo innescato dalla colluttazione, anche se le lesioni riportate del loro era non lievi, per una prognosi che non avrebbe superato i 40 giorni”.
Decisivi i problemi cardiaci “silenti”, di cui la vittima non sapeva di soffrire. “Niente a che fare con l’ingestione di alcol durante la serata. Anche se avesse fatto un’abbuffata di alcol, non era un consumatore abituale, non ne faceva abuso cronico”, ha ribadito Baldari, incalzata dalla difesa. “Il cadavere odorava di alcol”, hanno detto dal canto loro i carabinieri, sentiti come testimoni.
Lettere dal carcere. In aula è stata ascoltata, su richiesta della pm Paola Conti, la telefonata delle 22,55 al 112 che ha fatto scattare l’allarme. E si è parlato pure delle lettere inviate alla compagna dal carcere dall’imputato. Nonché dei messaggi inviati da lui al cognato il giorno della morte e del mancato esame dei liquidi biologici della vittima. “Niente di necessario ai fini della decisione”, ha sottolineato il presidente Francesco Oddi, rigettando la richiesta di ulteriori integrazioni istruttorie.
Ene sarebbe stato talmente fuori di sé, mentre seguiva il cognato in strada per picchiarlo, da farsi una profonda ferita sul dorso della mano destra, spaccando con un pugno il finestrino di una macchina parcheggiata sotto casa. “Medicato in ospedale con 7 punti di sutura è risultato positivo all’alcoltest con un tasso accertato dall’Umberto I di 1,51”, hanno riferito la dottoressa Baldari, che lo ha sottoposto a consulenza medico legale su disposizione della pm Conti, nonché gli investigatori dei carabinieri ascoltati durante l’udienza.
La vittima, nonostante grondasse sangue, le cui tracce sono state rinvenute in casa, sull’auto e per strada, non avrebbe dunque riportato lesioni gravi. Secondo l’autopsia, ha riportato un trauma cranico e lesioni al volto e al capo, durante la colluttazione o in seguito alla caduta, oltre a fratture alle costole, forse durante le manovre protratte di rianimazione, ma niente alle mani, né da difesa, né da offesa.
Il 31enne soffriva di insufficienza cardiocircolatoria, il sistema era compromesso, il suo cuore era ingrossato, pesava 618 grammi contro i 450 grammi della norma: “Ma non sarebbe mai potuto essere vittima di una morte improvvisa. Era giovane, alto 1,78, di corporatura robusta. L’innesco è stato lo stress emotivo, che gli ha fatto salire la pressione”, ha concluso Baldari, escludendo che sarebbe potuto accadere a prescindere dalla “rissa” col cognato.
È successo nell’arco di un’ora, mentre la madre e la sorella lo stavano accompagnando in ospedale: “Un nesso cronologico strettissimo. E l’intensità dello shock emotivo è compatibile con la lite, la paura, l’angoscia, l’ansia, i colpi ricevuti, la caduta, i dolori, la concitazione “.
Si torna in aula il 16 giugno per la discussione, il 9 luglio repliche e sentenza.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
