Fabrica di Roma – (sil.co.) – Un tipo violento e aggressivo, uno cui non piaceva lavorare e che stava bene in carcere: “Faccio palestra, mangio e faccio a botte”, diceva.
Omicidio di Fabrica di Roma – Nel riquadro la vittima Valentin Ionut Crisan
L’identikit dell’omicida. Cosi la vedova, la madre e la sorella della vittima – quest’ultima anche ex dell’omicida, ripreso in casa nonostante l’abbia picchiata mentre era incinta, motivo per cui a dicembre è stato condannato a cinque anni e mezzo – hanno descritto ieri il 34enne Dumitriel Daniel Ene, a processo davanti alla corte d’assise presieduta dal giudice Francesco Oddi per omicidio preterintenzionale, per avere massacrato di botte dopo la festa di compleanno della figlia di dieci anni della compagna il cognato 32enne Valentin Ionut Crisan, morto di infarto dopo il violento pestaggio.
Non doveva trovarsi lì. La tragedia, avvenuta a Fabrica di Roma, risale alla sera del 26 luglio dell’anno scorso. La ex e sorella della vittima, una 36enne da cui l’imputato ha auto un bambino, scoppiata più volte in lacrime, durante l’interrogatorio protetta da un paravento per non incrociare lo sguardo dell’imputato, ha dovuto ammettere che Ene quella sera non avrebbe dovuto trovarsi lì, essendo stato colpito dal divieto di avvicinamento col braccialetto, e che lei non aveva mai indossato la sua parte del dispositivo di controllo disposto dopo che lo aveva denunciato, a giugno del 2024, salvo rimettere la querela e ritrattare tutte le accuse al processo, due mesi prima che le ammazzasse il fratello.
L’ultima chiamata. Una testimonianza drammatica, come quelle della madre e della vedova del fratello. È stata lei, la ex compagna, con cui aveva uno “splendido rapporto”, a ricevere l’ultima telefonata della vittima, prima che si accasciasse privo di vita nella macchina con cui la sorella lo stava accompagnando in ospedale, “Corri, chiama i carabinieri, mi ha stordito di botte, non vedo più niente, non capisco più niente, mi ha ammazzato di botte”.
Una mattanza. Alla festa sarebbero circolati fiumi di alcol, birra e prosecco, comprati in quantità industriale dall’imputato, che avrebbe cercato di far bere per tutta la sera il cognato, il quale, per non irritarlo, avrebbe passato i bicchieri pieni alla moglie perché li svuotasse. Quando la madre della vittima ha convinto il figlio a tornare a casa, dopo che aveva spaccato due sedie, li avrebbe seguiti in strada, “prendendolo a cazzotti da dietro, rompendo con un pugno il finestrino di una macchina parcheggiata, tornando a casa e uscendo con una vistosa fasciatura e quattro bottiglie di birra, due per mano, spaccandole sulla testa del cognato e sbattendogli la testa sull’asfalto, dopo averlo atterrato, quindi calpestandolo e prendendolo a calci”.
“Non soffriva di cuore”. Le tre donne hanno negato di aver mai saputo che Valentin Ionut Crisan, coperto di sangue in seguito al pestaggio, avesse patologie cardiache. “Faceva l’operaio presso un’azienda ceramica, spostava anche carichi pesanti e veniva regolarmente sottoposto a visita medica. Non si ubriacava mai ed era una persona tranquilla”, hanno detto le familiari. Alla compagna, anche quella sera, Ene avrebbe dato della zozza e della zoccola, perché stava fuori tante ore per lavorare come oss in una casa di riposo e non teneva ordinata la casa. A lui, invece, lavorare non sarebbe piaciuto: “Non voleva lavorare nell’impresa di famiglia, diceva che guadagnava di più al nero”.
Attesa per la testimonianza dell’anatomopatologa. L’imputato è difeso dagli avvocati Marco Borrani e Leonardo Lener. Si sono costituiti parte civile quattro familiari: la madre e la sorella della vittima, ovvero la ex di Ene, con l’avvocato Walter Pella; la figlia minorenne e la vedova di Crisan, assistite dagli avvocati Luigi Gioiosi e Emiliano Pierantonelli. Il processo riprenderà il 23 aprile per sentire, tra gli altri, il medico legale Benedetta Baldari, incaricata dell’autopsia, secondo la quale Crisan soffriva di patologie che, in seguito alla scarica emotiva dovuta al violento litigio, ne avrebbero provocato la morte per infarto.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
