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“Un bambino che non può giocare in piazza accende uno schermo e diventa esattamente il problema di cui ci lamentiamo…”

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Vietato giocare a pallone

Vietato giocare a pallone

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Gentili concittadini, gentile amministrazione, ho letto con crescente sconcerto della approvazione dell’emendamento inserito nel nuovo regolamento di polizia urbana del comune di Viterbo, che vieta di giocare a pallone nelle piazze e nelle vie del centro abitato.

Ho riletto più volte, sperando di aver capito male. Non avevo capito male.

Scrivo come madre. Scrivo con la stessa voce con cui ogni giorno mi preoccupo di ciò che mio figlio mangia, di come dorme, di chi frequenta, di come cresce. E scrivo con quella preoccupazione silenziosa, ostinata, che accomuna tanti genitori di questa città e di questo paese: la paura che stiamo consegnando ai nostri figli un mondo sempre più stretto, sempre più regolamentato, sempre più privo di spazi dove essere semplicemente bambini.

Viviamo in un’epoca in cui i pediatri lanciano allarmi sempre più accorati. La Società italiana di pediatria, solo pochi mesi fa, ha presentato al senato dati che fanno riflettere: i nostri ragazzi trascorrono ore e ore davanti agli schermi, dormono con il telefono in camera, crescono con livelli di ansia e isolamento che non avevamo mai visto prima.

L’Istituto superiore di sanità ci dice che quasi uno su due, tra i bambini italiani, supera ogni giorno la soglia consigliata di tempo davanti ai dispositivi. Gli esperti parlano di sovrappeso, di ritardi nel linguaggio, di difficoltà di attenzione. E noi, come società, diciamo di preoccuparcene. In questo scenario, cosa fa la nostra città? Vieta il pallone in piazza.

La piazza non è un problema. È la soluzione.

Da sempre, in ogni borgo e in ogni città italiana, la piazza è stata il luogo dell’infanzia collettiva. È lì che si impara a perdere e a vincere, a litigare e a fare pace, a fare squadra con uno sconosciuto diventato amico nel giro di un pomeriggio. È lì che nasce il primo calcio dato bene, la prima trattativa su chi sta in porta, il primo senso di appartenenza a qualcosa di più grande di sé.

Quante storie di atleti, di campioni, ma anche semplicemente di adulti sani ed equilibrati, iniziano con un pallone rimbalzato su un sampietrino?

Togliere quel pallone non rende la piazza più bella. La rende più vuota. E un bambino che non può giocare in piazza non sparisce: si siede sul divano, accende uno schermo, e diventa esattamente il problema di cui tutti ci lamentiamo.

Ciò che mi preoccupa, forse più del provvedimento in sé, è il messaggio culturale che esso trasmette. Dice ai nostri figli: lo spazio pubblico non è vostro. Dice alle famiglie: arrangiatevi. Dice alla città: la quiete di pochi vale più della vitalità di molti.

Capisco le esigenze di convivenza civile. Capisco chi abita al piano terra e sente il rumore del pallone. Ma la risposta a questi disagi non può essere la proibizione generalizzata. Può essere il dialogo, la mediazione, orari condivisi, spazi dedicati.

Può essere la politica nel senso più nobile del termine: trovare soluzioni che tengano insieme le esigenze di tutti, non sacrificare i più giovani per accontentare i più insofferenti.

Mio figlio continuerà a calciare il pallone. In piazza, nel vicolo, nel cortile, ovunque ci sia uno spazio e un po’ di luce. Non per spirito di ribellione, ma perché è un suo diritto fondamentale: il diritto al gioco, sancito dalla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia, che l’Italia ha ratificato nel 1991. L’articolo 31 è chiaro: ogni bambino ha diritto al riposo, al tempo libero, al gioco e alle attività ricreative.

Chiedo all’amministrazione comunale di riconsiderare questo emendamento. Chiedo ai consiglieri che hanno votato contro, e li ringrazio per averlo fatto, di continuare a battersi. Chiedo ai miei concittadini di riflettere su quale città vogliamo consegnare ai nostri figli: una città silenziosa e ordinata, o una città viva, rumorosa, imperfetta e meravigliosamente umana.

Le piazze di Viterbo sono state per secoli il cuore pulsante di questa comunità.

Non lasciamo che diventino salotti buoni da tenere in ordine, vuoti e inutilizzati.
Un pallone che rimbalza in piazza non è un problema di ordine pubblico. È il suono di un’infanzia che cresce.

Tiziana Sonia Sganappa
Una madre di Viterbo


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