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Bimbo tolto alla madre, l’accusa: “Era segregato in un bunker, col filo spinato e le persiane serrate”

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Fabrica di Roma – Al via la discussione del processo alla madre e ai nonni di un bambino di 7 anni imputati di maltrattamenti aggravati ai danni del minore, avvenuti nel 2021 mentre erano nella casa di famiglia di Fabrica di Roma. Per prima ha parlato la pm Paola Conti, che ieri ha ricostruito davanti al collegio presieduto dal giudice Jacopo Rocchi il blitz della polizia sfociato, la sera del 26 luglio 2021, nell’allontanamento del piccolo, come disposto dal tribunale per i minorenni di Rona.


Paola Conti

La pm Paola Conti


Il pubblico ministero, che terminerà alla prossima udienza il suo intervento, ha ricordato come la polizia sia entrata in azione in seguito alla doppia esigenza, civile e penale, di rintracciare il bambino e trasferirlo in casa famiglia, dopo averlo portato all’ospedale Santa Rosa di Viterbo per accertarne le condizioni di salute.

L’operazione è stata interamente filmata e nel video, ha spiegato la pm, “si sente la madre urlare, barricata col figlio in una camera, per raggiungere la quale i vigili del fuoco hanno dovuto scardinare due porte“. 

All’interno della stanza, completamente al buio, dove si bolliva per il caldo e non c’era ricircolo d’aria, come nel resto della casa, la donna era riversa sul bambino, sdraiato sul letto, al telefono con la pediatra. “C’è voluta mezz’ora per allentare la pressa mentre il figlio si lamentava che gli faceva male. Il piccolo — nonostante la situazione – era tranquillo ed è stato preso in braccio dal capo della mobile che lo ha portato fuori dove era in attesa l’ambulanza”. “La villa era un bunker, col filo spinato, i lucchetti ai cancelli e le persiane serrate – ha proseguito la pm, sottolineando – il bambino, anche se era giorno, indossava il pannolino, che ha chiesto di togliere agli operatori della casa famiglia“.

Per la pm sarebbe stato tenuto “isolato”dalla madre e dai nonni nell’abitazione di Fabrica di Roma, dove si erano trasferiti da Roma, mentre era in corso la guerra tra i genitori per l’affidamento, Adesso ha 12 anni e vive con il padre, parte civile al processo.

“Aveva paura del sole, temeva che lo avrebbe bruciato. A sette anni, oltre a indossare ancora il pannolino, non sapeva mangiare da solo e apriva la bocca per essere imboccato. Aveva una patologia agli occhi, di cui la madre non ha saputo dirci il nome, e non soffriva di crisi epilettiche dal 2017.  Non riusciva a socializzare con i coetanei, anzi sentirli vociare gli dava fastidio”, ha ribadito più volte il pubblico ministero.

Al momento del blitz, scattato dopo un’ora di trattative con i nonni che non volevano far entrare la polizia, “si sentivano solo le urla della madre, ma non la voce del bambino, il cui stato andava immediatamente verificato, ma il caso è stato gestito con grande professionalità e pieno rispetto delle norme dagli operanti”. “Nessun trauma per il bambino, il trauma glielo ha provocato la madre, che lo stritolava mentre lui le diceva ‘aiuto, mi fai male”, ha detto la pm, ribadendo “gli è stata negata la socialità”. 


Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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