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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Ieri, sabato 23 maggio 2026, tutti i gruppi rappresentati dal Coordinamento regionale dei comitati per l’acqua pubblica del Lazio con l’adesione di A.Ba.Co associazione di Base dei Consumatori, comitato regionale Lazio Rifondazione Comunista, Collettivo Ceccano 2030, Unione dei Comitati contro l’inceneritore, USB – Unione Sindacale di Base, A.S.I.A.- Associazione Inquilini e Abitanti, Movimento per il diritto all’abitare, Unione Inquilini si sono dati appuntamento a Roma, a Piazzale degli Eroi, alla Fontana del Peschiera, il cui nome rimanda all’omonimo acquedotto e al suo raddoppio, una delle conseguenze della gestione del servizio idrico in mano alle SpA e con un ruolo sempre più presente della multinazionale Acea.
Contestualmente è stata inviata una richiesta urgente di incontro al presidente della Regione, al sindaco di Roma e ai presidente degli ATO 1 Viterbo, 2 Roma, 3 Rieti, 4 Latina e 5 Frosinone per ricordare l’esito del Referendum del 2011, quando la maggioranza dei cittadini italiani si espresse chiaramente perché l’acqua fosse fuori dal mercato e il profitto fuori dall’acqua; e per ricordare la Legge Regionale 5/2014 che promuove la tutela della risorsa idrica e la ripubblicizzazione del servizio idrico regionale, chiusa in un cassetto e mai dotata dei decreti attuativi.
Oggi, guardando la realtà, non possiamo che tracciare un bilancio amaro e dichiarare che il modello di gestione privata o pubblico-privata tramite società partecipate ha fallito i suoi obiettivi dichiarati.
L’esperienza di questi anni dimostra che la logica del profitto è strutturalmente incompatibile con la tutela di un diritto umano fondamentale.
Rete idrica colabrodo, in alcune zone pessima qualità dell’acqua, inefficienze nella depurazione e nel trattamento delle acque reflue in diverse zone della regione, tariffe elevate, spreco di risorse pubbliche per grandi opere con il rischio di nuovo disastri ambientali, spartizione di dividendi che in una gestione pubblica potrebbero essere reinvestiti… sono le conseguenze sotto gli occhi di tutti. La recente proposta di legge per l’accorpamento degli ATO provinciali in un unico ATO regionale produrrebbe un ulteriore allontanamento della gestione decisionale dai territori e andrebbe a favorire gli interessi delle grandi multiutility e non quelli delle comunità locali. Il Referendum del 2011 non era un suggerimento ma un mandato popolare che è stato troppo a lungo ignorato.
Non è più tempo di bilanci, è tempo di scelte coraggiose.
L’acqua appartiene alle comunità che la abitano, non a chi vuole trasformarla in una fonte di profitto.
Comitato Non ce la beviamo
