Viterbo – (sil.co.) – Aggredisce la madre settantenne nel bar dove lavora, assolto grazie alla stessa vittima che ha rimesso la querela e si è presa tutte le colpe dicendo di essere stata lei a mollare un ceffone al figlio e non viceversa. “Aveva discusso per l’ennesima volta con la ex – ha spiegato la donna sentita come parte offesa in tribunale – allora ho intimato a mio figlio di non andarci più perché lo usava come bancomat. E mi è scappato uno schiaffo”. In seguito alla lite, l’attività fu sospesa per 15 giorni.
Davanti al giudice Jacopo Rocchi un 49enne viterbese che dopo il violento episodio, avvenuto all’ora di pranzo di martedì 13 maggio dell’anno scorso, fu denunciato a piede libero per i reati di oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale, lesioni personali e maltrattamenti contro familiari nonché sottoposto, in via d’urgenza, alla misura cautelare dell’allontanamento dalla casa familiare.
Solo a fatica è stato bloccato dagli agenti delle volanti e portato dal 118 al pronto soccorso dell’ospedale Santa Rosa.
Fu l’ultimo episodio di una lunga serie – tra risse, schiamazzi, musica ad alto volume, violazioni amministrative e mancato rispetto delle ordinanze comunali — per cui il successivo 17 maggio fu presa la decisione di sospendere temporaneamente l’attività.
“La misura – si legge in una nota della questura – è originata da un recentissimo episodio accaduto all’interno del locale nel corso del quale sono state danneggiate suppellettili e arrecate lesioni ad una dipendente, poi segnalate all’autorità giudiziaria competente, destando allarme sociale per la collettività”,
A distanza di un anno, il 49enne, difeso dagli avvocati Luca Ragonesi e Marco Valerio Mazzatosta è stato assolto con la formula più ampia, perché il fatto non sussiste.
– Danni al locale e lesioni a una dipendente, chiuso noto bar della città
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.