Viterbo – (sil.co.) – Davanti al collegio una presunta vittima di maltrattamenti aggravati in famiglia e tentata violenza sessuale. Si tratta di una 42enne che in tribunale è venuta indossando un meraviglioso abito dai colori sgargianti, tipico del paese dell’Africa occidentale di cui è originaria. Il giorno che è scappata da suo marito, dai carabinieri è corsa scalza e in pigiama. Una testimonianza drammatica, la sua, al processo in cui è imputato l’ex compagno.
Violenza sulle donne – foto di repertorio
I fatti risalgono alla mattina del 16 ottobre 2024 quando la donna è stata costretta a scappare da casa scalza e col pigiama infilato al volo, dopo che l’imputato l’avrebbe aggredita mentre era nuda in bagno, prendendola per il collo e picchiandola mentre cercava di violentarla. A salvarla la figlioletta, che ha cominciato a bussare sulla porta, implorando il padre di smetterla. L’uomo avrebbe preteso di fare sesso sette giorni su sette, accusando la moglie di tradirlo se non voleva.
“Voleva approfittare di me perché ero nuda. Quando grazie a mia figlia che ha aperto la porta sono riuscita a scappare scalza e in pigiama, sono corsa dai carabinieri, che mi hanno detto di andare a farmi refertare in ospedale e riaccompagnata a casa, in modo che potessi vestirmi”, ha spiegato la 42enne, che abita in un centro della provincia e ha chiamato un’amica, anche lei africana, che vive a Viterbo, dicendole che sarebbe giunta alla stazione di Porta Fiorentina col primo tremo con la figlia e se poteva accompagnarla al pronto soccorso, dove sono giunte con un bus della Francigena.
In ospedale è stata ricoverata per tre giorni. “Mi ha fatto una videochiamata, dicendo che era stata aggredita in bagno e mostrandomi un occhio livido”, ha confermato l’amica. La responsabile della rete consultoriale del Santa Rosa ha poi avvisato i carabinieri e anche i servizi sociali del comune di residenza. L’imputato è difeso dall’avvocato Paola Mangano. La presunta vittima è parte civile con l’avvocato Serena Marzoli.
I tre figli della coppia avrebbero riferito che il padre non le dava i soldi nemmeno per la spesa e la invitava ad andare con loro a mangiare alla Caritas. La donna, dovendo crescere tre figli e non parlando bene l’italiano, era impossibilitata a trovarsi un lavoro.
La coppia si è sposata nel paese d’origine nel 2015. Lì è nata la primogenita, dopo di che la 42enne ha raggiunto l marito in Turchia, Francia e infine in Italia, passando dalla Libia, mentre era di nuovo incinta. “Quella mattina voleva uccidermi, mi ha buttata per terra e picchiata, mentre urlavo ‘se vuoi uccidermi, non farlo in bagno’. Solo mia figlia, aprendo la porta, mi ha salvata”, ha spiegato tra le lacrime, un po’ in italiano e un poì in inglese con l’aiuto di una interprete.
Ma alla presidente del collegio, giudice Savina Poli, non è bastato e a fronte delle incertezze linguistiche, per chiarire la dinamica dei fatti, ha disposto di riascoltare la vittima a dicembre con l’aiuto di un interprete del dialetto parlato nei paesi dell’Africa occidentale.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
