|
|
Viterbo – (sil.co.) – Avvocato viterbese a processo con l’accusa di essersi fatto pagare per una causa di lavoro da 24mila euro, senza fare niente ma dicendo alla vittima di averla vinta.
Il processo è entrato nel vivo ieri davanti al giudice Giovanna Camillo, con la testimonianza della sfortunata cliente, una 58enne d’origine romena residente a Vetralla, e del figlio della donna.
Il legale, imputato di appropriazione indebita aggravata dall’abuso di relazioni professionali nonché di infedele patrocinio aggravato dall’abuso di relazioni di prestazione d’opera, è difeso dall’avvocato Giuseppe Picchiarelli.
I fatti risalgono al 2021, quando l’imputato si sarebbe appropriato di 1.050 euro, ricevuti dalla 58enne in quanto suo difensore di fiducia, per proporre appello avverso una sentenza emessa nel 2014 dal tribunale di Civitavecchia, sezione lavoro, di fatto mai proposto. Ciononostante, avrebbe rassicurato la sia assistita sullo stato del ricorso.
La persona offesa ha spiegato in aula di avere fatto ricorso in appello contro la sentenza con cui il tribunale di Civitavecchia aveva arigettato un ricorso in cui chiedeva 24mila euro nell’ambito di una causa di lavoro.
Contava di recuperare l’ingente somma. “Gli abbiamo dato subito mille euro e lui, quando chiedevamo notizie, ci diceva che era tutto a posto: ‘È andata bene, è andata bene, abbiamo vinto’. Poi ci ha chiesto altri 2500 euro, di cui gli abbiamo dato una parte, per procedere col pignoramento”.
La vittima, vedendo che passava il tempo e non vedeva né i soldi, né la sentenza, si è allora recata di persona al tribunale di Civitavecchia, scoprendo che non era stato presentato nessun appello e sporgendo querela contro l’avvocato infedele.
Il processo è stato rinviato per sentire tre testimoni della difesa.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
