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“La riforma del ministro Valditara cancella cattedre e cultura”

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Scuola - Una classe

Scuola – Una classe

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Istituti tecnici svenduti alle aziende: la riforma cancella cattedre e cultura.

La scuola, in questo periodo, si avvia alla fine dell’anno, gli studenti sicuramente pensano alle vacanze estive e nel loro immaginario la ripresa a settembre è un evento lontano. Anche i genitori staranno programmando un meritato riposo, ma c’è una grande incognita che si aggira per le aule.

A settembre molte famiglie, che hanno iscritto i loro figli alla prima classe degli istituti tecnici superiori non troveranno il programma di studi che han sottoscritto al momento dell’iscrizione, bensì un curricolo di studi più legato a logiche di mercato e di risparmio.

Infatti il progetto di riordino quinquennale degli istituti tecnici, prospettato e messo in opera dal ministro Valditara, che partirà a settembre per le classi prime, rappresenta una scelta discutibile che rischia di impoverire ulteriormente la formazione tecnica italiana. Ridurre o comprimere percorsi già complessi significa sacrificare qualità, approfondimento e preparazione concreta degli studenti in nome di una presunta modernizzazione, che appare più economica che educativa.

Esempio concreto sono le ore di “scienze sperimentali” che nel nuovo percorso di studi comprimono in 4 ore settimanali le discipline di scienze della terra, biologia, chimica e fisica, che prima avevano ciascuna un loro spazio autonomo per ben 8 ore, con esperienze laboratoriali in compresenza e gli istituti tecnici, di per sè, necessitano di tempi adeguati per sviluppare competenze laboratoriali, capacità progettuali e solide basi teoriche. Un percorso tecnico richiede laboratori, pratica, tempo di apprendimento e consolidamento delle competenze. 

Molti studenti scelgono gli istituti tecnici proprio per acquisire strumenti concreti di inserimento lavorativo. Se la qualità della formazione si abbassa, stando così i fatti, saranno soprattutto i ragazzi provenienti da contesti più fragili a pagarne il prezzo, trovandosi con titoli meno competitivi e competenze insufficienti. Manutentori più che progettisti per intendersi. 

Il pericolo concreto è quello di creare figure professionali con preparazione superficiale e competenze incomplete, meno capaci di affrontare le trasformazioni tecnologiche e produttive contemporanee.  il caso della disciplina di geografia è lampante, poichè nel corso tecnico turistico vengono tagliate le ore al biennio e nelle intenzioni del legislatore vengon cancellate ben 6 ore di geografia turistica che potrà rientrare dalla finestra a discrezione delle singole scuole. 

Anche sul piano universitario gli studenti potrebbero incontrare maggiori difficoltà, soprattutto nei corsi scientifici e ingegneristici, dove sono richieste solide basi teoriche e metodologiche. In questo modo il riordino finirebbe per indebolire la funzione storica degli istituti tecnici, cioè quella di garantire una preparazione equilibrata tra cultura generale, competenze professionali e capacità di innovazione.

 In più abbassare a 15 anni (classe 2 superiore) l’età per l’attivazione dei progetti di formazione scuola lavoro trasforma gli studenti in manodopera da addestrare a costo zero, prima ancora che abbiano avuto la possibilità di raggiungere la necessaria maturazione critica e competenze di settore. 

Il rischio in definitiva è quello di ampliare ulteriormente le disuguaglianze, creando una scuola sempre meno inclusiva e incapace di garantire pari opportunità formative e lavorative a tutti gli studenti.

Anche il rapporto con le imprese potrebbe peggiorare. Le aziende chiedono figure tecniche preparate, capaci di utilizzare strumenti, ma soprattutto risolvere problemi e adattarsi ai cambiamenti tecnologici. Una formazione compressa e meno approfondita può dar luogo a un divario maggiore tra scuola e lavoro, proprio mentre il mercato richiede competenze sempre più specializzate.

Non va dimenticato che fra gli scopi della riforma vi è un rapporto stretto con il tessuto produttivo del territorio, che a prima vista potrebbe sembrare positivo, invece in una società aperta alle rapide trasformazioni economiche e socio-territoriali diventa un limite data la settorialità della formazione dello studente.

Infine, una riforma così importante dovrebbe nascere dal confronto reale con docenti, studenti, famiglie e imprese, non essere imposta dall’alto. La scuola tecnica non ha bisogno di tagli mascherati da innovazione, ma di investimenti, laboratori aggiornati, personale qualificato e maggiore valorizzazione sociale.

Difendere gli istituti tecnici significa difendere il futuro produttivo del paese e garantire ai giovani una formazione seria, completa e dignitosa.

Docenti viterbesi aderenti alla Rete nazionale degli istituti tecnici


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