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“Vogliamo dare una speranza di rinascita e valorizzare tutte le persone…”

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Luca Zoncheddu

Luca Zoncheddu

Simona Santicchia

Simona Santicchia

Luca Zoncheddu

Luca Zoncheddu

Viterbo – Polo sociale, co-housing universitario, progetti Pnrr per cinque appartamenti di housing first e una stazione di posta nel quartiere Santa Lucia. Il direttore della Caritas diocesana Luca Zoncheddu la chiama “primavera dialogica”: alleanze nuove con comune, asl, prefettura e con realtà del terzo settore come Emporio solidale e Alice Nova.

Nel 2025, racconta il direttore Caritas, la mensa ha servito 21170 pasti, il dormitorio ha garantito 4380 pernottamenti. “Il nostro obiettivo non è entrare in una logica assistenziale – dice -, la nostra logica di fondo è la sussidiarietà, l’aiuto e la promozione di un’unità che accoglie”. Una carità che non si limita a tamponare il bisogno, ma che si propone di restituire dignità e autonomia alle persone.

Il quadro raccontato da Zoncheddu si inserisce in una tendenza nazionale. Il report statistico 2026 di Caritas italiana, presentato lo scorso 16 giugno, segnala come la povertà in Italia sia ormai diventata una “strutturale normalità”, radicata nella vita di molte famiglie. Crescono il lavoro povero e i bisogni sanitari: sempre più persone, pur lavorando, non riescono a vivere con dignità e rinunciano anche a curarsi.

Una fragilità cronica che la Caritas diocesana di Viterbo affronta puntando, come spiega Zoncheddu, non sull’assistenza pura, pur garantendo l’aiuto necessario, ma sulla costruzione di percorsi capaci di restituire alle persone dignità, autonomia e possibilità di scelta.

La Caritas garantisce servizi stabili, quali il dormitorio, la mensa, il centro di ascolto. Cosa ci vuole dire su queste realtà?
“Il centro di ascolto che era a piazza Dante si è trasferito a via Volturno, dove abbiamo creato un polo sociale, al di sopra della pensilina di piazza del Sacrario, dove inizia la zona ‘particolare’. È un polo sociale che si occupa di marginalità. Lì ci sono l’accoglienza, l’ufficio Migrantes, l’ufficio che si occupa del carcere e quello che si occupa del lavoro, trovare cioè lavoro tessendo relazioni con sindacati e imprese del territorio per creare un raccordo e una banca dati tra offerta e bisogni. Inoltre c’è lo sportello legale immigrazione, con un legale esperto, presidente di una commissione territoriale immigrazione. Poi c’è una stanza dedicata alle associazioni. È anche partita un’esperienza scolastica per stranieri insieme al Cpia, la scuola statale per l’istruzione degli adulti.

Il polo sociale rappresenta per noi un luogo di comunità in cui far vivere progetti. Ci si occupa poi del progetto ‘povertà estrema-stazioni di posta’, approvato dal comune di Viterbo e finanziato con i fondi del Pnrr, che ha come obiettivo quello di garantire i servizi base alle persone in stato di povertà. Questo in collaborazione con altre associazioni e i servizi sociali”.

Come è organizzata la Caritas?
“La Caritas ha due braccia operative, rappresenta a tutti gli effetti la diocesi e operativamente agisce con l’associazione di volontariato Emmaus e la cooperativa Caritacoop, che si occupa di svolgere lavori di pubblica utilità presso i servizi della Caritas. Anche la mensa dove ci troviamo ha un comodato d’uso a Caritacoop, che ne garantisce la gestione”.

Che rapporto c’è tra Caritas e le parrocchie?
“Le parrocchie sono circa 60. La parrocchia spesso catalizza una serie di bisogni della persona, non solo di tipo spirituale ma anche sociale. Trenta parrocchie circa hanno centri d’ascolto parrocchiale e spesso le parrocchie poi si rivolgono a noi. Ad esempio la richiesta può arrivare dal parroco che va a fare una visita spirituale in una casa dove vivono anche bambini e si accorge che in quella casa c’è una criticità con la corrente elettrica, questioni vitali, insomma. Situazioni in cui serve un aiuto per sopperire a beni primari come bollette, generi alimentari eccetera. Per noi Caritacoop è una delle opere segno insieme alla mensa, al dormitorio e al co-housing universitario”.

Ci può parlare del co-housing universitario? Chi aiuta chi?
“È un progetto di accoglienza per giovani universitari di cui la responsabile è la nostra operatrice Simona Santicchia. Con gli studenti che accedono strutturiamo un contratto di questo tipo: tu ci dai il tuo tempo e noi ti diamo il tuo spazio. Così offriamo loro alloggio in cambio del loro tempo in volontariato”.

Che risposta c’è da parte dei giovani? Devono avere caratteristiche particolari per poter accedere?
“La struttura accoglie massimo 12 studenti in camere doppie con servizi privati. In questo momento particolare sono sei. Puntiamo in questa fase sulla qualità delle relazioni. Non devono avere caratteristiche particolari, devono entrare non solo per avere uno spazio abitativo ma per sposare un’idea, quella di entrare nel progetto”.

Quali parole chiave per definire questo progetto di co-housing?
“Le parole chiave sono relazioni, servizio e formazione, nel senso che vivono esperienze relazionali, prestano il loro servizio conoscendo nuove realtà e devono stare al passo con gli studi. Non pagano, contribuiscono per le spese fisse, e la parte loro è umana. L’accesso è diretto: sono gli studenti che chiedono di entrare”.

Con i vostri servizi aiutate anche la persona di passaggio, che ha bisogno di aiuto e non ha una residenza?
“Lo abbiamo fatto ma siamo molto prudenti, soprattutto con situazioni di alloggio come il dormitorio. Per queste situazioni di passaggio può essere di aiuto il polo sociale, perché è collegato con i servizi del territorio. Possono così anche fermarsi per un breve periodo al dormitorio, mangiare alla mensa, ma con un progetto dove anche i servizi pubblici garantiscono la loro parte”.

Quali sono le novità rispetto al passato?
“Oggi la cosa più importante è che si iniziano a vedere i frutti di un lavoro fatto non in solitudine ma insieme agli altri, alle altre associazioni. Ad esempio Caritacoop è capofila del partenariato sulla filiera del cibo e del progetto antispreco alimentare. È un tempo in cui stanno nascendo e si stanno strutturando collaborazioni che un tempo non c’erano. Prima c’era la logica del ‘questo è mio’ e ognuno viaggiava nel suo, a testa bassa. Ora, grazie a Dio, alcuni frutti li iniziamo a cogliere.

Abbiamo realizzato il Pnrr con due progetti che abbiamo proposto al comune di Viterbo: uno si chiama housing first, che intende aiutare le persone in termini abitativi, l’altro si chiama stazione di posta, cioè un luogo dove la persona povera entra e le vengono garantiti i servizi essenziali, che possono essere anche il dormitorio. Per questi due progetti abbiamo fatto un’Ats, associazione temporanea di scopo, con Emporio solidale e Alice Nova e abbiamo strutturato dei servizi veri e propri. Da ciò il comune uscirà potenziato con cinque appartamenti per l’housing first e una stazione di posta che sarà nel quartiere Santa Lucia.

Attualmente, finché non saranno pronte le strutture, sia noi Caritas che Alice Nova stiamo sopperendo al bisogno abitativo delle persone senza dimora. Noi abbiamo in carico famiglie beneficiarie che hanno bisogno di almeno sei mesi di accompagnamento, e noi e Alice Nova troviamo le soluzioni abitative per un periodo, pagando gli affitti e garantendo tutto ciò con il comune e i fondi del Pnrr. Certamente i progetti individuali prevedono una seconda fase di autonomia dei beneficiari: è un cammino in divenire. Si è aperta una collaborazione attiva e produttiva con il comune, c’è stato un cambiamento da un punto di vista relazionale che prima non c’era”.

Ci sono altre collaborazioni con gli enti?
“La collaborazione è anche con la asl e con la prefettura. Ci sono quattro aree costituite dalla prefettura: abitativa, lavorativa, istruzione e sanità. I responsabili del tavolo sanità siamo noi Caritas, per quella abitativa il comune, per quella del lavoro i sindacati, per istruzione l’ufficio scolastico”.

Quali sono i vostri obiettivi più grandi?
“Il nostro obiettivo non è entrare in una logica assistenziale, la nostra logica di fondo è la sussidiarietà, l’aiuto e la promozione di un’unità che accoglie. Il senso è che dove c’è una comunità, nel bisogno, si maturano azioni di accoglienza, ma dove non c’è comunità le persone rimangono sole, e nella solitudine non si va da nessuna parte. Quindi, qualsiasi cosa facciamo, la domanda che ci poniamo è se ciò che stiamo facendo ha senso per la comunità. Perché altrimenti è assistenza pura e non aiuta il vero cambiamento”.

Quindi la Caritas, da sempre riferimento per l’assistenza, da ciò che lei dice si propone non solo e non tanto per questo, ma per stimolare energie individuali e comunitarie?
“Sì, l’assistenza pura è il più grande autogol che ci possiamo fare, perché il protagonismo delle persone è ciò che conta, insieme alla ricaduta sulla comunità che accoglie. Rispondiamo ai bisogni, rispondiamo alle richieste, ma sempre in una logica di dialogo aperto per cercare di migliorare l’autonomia personale”.

E in tutto questo come si collocano il dormitorio e la mensa?
“Quando c’è una situazione di povertà estrema questi luoghi fanno da ammortizzatore, e questo è molto importante: non ne neghiamo il valore. Ma chiunque viene alla mensa entra in un progetto, in un dialogo, in un cammino”.

Può capitare che arrivino alla mensa persone che sono in uno stato di alterazione alcolica o altro?
“Sì, in un certo periodo ci capitava spesso, ma questo creava problemi a tutti. Così ora, se arriva una persona in questo stato, le diamo il sacchetto con i viveri ma la facciamo stare fuori. Non si entra se non si è determinati al cambiamento. Se ti vuoi curare apriamo completamente le nostre porte. Qui abbiamo diverse persone che vivono nei nostri ambienti e hanno problemi di alcol o droghe o patologie psichiatriche, ma in un progetto integrato con la asl.

La fragilità psichiatrica è una questione particolarmente delicata, perché non c’è situazione più difficile di quella della persona che è invisibile, senza dimora e con problematiche psichiatriche. Abbiamo avuto una persona che ha dormito qui due anni, perché questo è il tempo che è stato necessario per riconoscere lo status giuridico, la sua patologia, stabilire una relazione”.

La vostra mensa è molto accogliente: dipinti alle pareti, colori brillanti, bancone con il cibo curato, persone che servono, tavoli dignitosi e pulizia. Le mense sono tutte così o avete voluto investire in questi aspetti che riguardano la dignità di ognuno?
“Le mense non sono tutte uguali. Alcune lavorano molto sui numeri, noi ci poniamo giornalmente la domanda se questo è un luogo di relazioni. Vogliamo dare una speranza di rinascita e valorizzare tutte le persone”.

Quindi da una parte animazione di comunità e dall’altra azioni di advocacy. Parole che dicono molto di come la Caritas di Viterbo intenda oggi il proprio ruolo, non solo dare una mano a chi è in difficoltà ma anche farsi voce di chi non ne ha…
“Dietro a ogni povertà c’è una disuguaglianza, e la disuguaglianza è un tema di ingiustizia sociale. Il cammino è quello di andare verso dialoghi nei luoghi in cui i fragili non hanno voce, nelle istituzioni ad esempio. L’advocacy ci richiede formazione e competenza”.

Ha parlato di spreco alimentare. Che ne pensa del testo di legge regionale a cui si sta lavorando?
“Proponiamo che si dia uno spazio anche alle mense. Averlo potuto proporre è già molto importante”.

Patrizia Prosperi


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