Tarquinia – Riceviamo e pubblichiamo – È morta il 23 luglio 2026 Mirella Stanzione. Una delle ultime testimoni della deportazione politica nei lager nazisti. Aveva diciassette anni quando le Ss bussarono alla porta di casa. Stava facendo i compiti. Con la sua scomparsa, l’Italia perde una delle ultime voci dirette della deportazione politica. Viveva a Orvieto e la sua presenza era divenuta familiare anche nelle iniziative dedicate alla memoria promosse tra l’Umbria e l’Alto Lazio. Tra queste, l’inaugurazione della mostra La Shoah in Italia (1938-1945) a Tarquinia, alla quale aveva partecipato con Edith Bruck e Piero Terracina.
Mirella Stanzione era nata a La Spezia l’11 marzo 1927, in una famiglia antifascista. Il 2 luglio 1944 le SS fecero irruzione nella sua abitazione. Il fratello maggiore, Auro, aveva aderito alla Resistenza e la casa era diventata un luogo di incontro di partigiani. “Quando ha suonato il campanello io stavo facendo i compiti in camera mia, mia madre era in cucina e mio fratello era in sala con dei compagni”, ha ricordato molti anni dopo. Auro riuscì a fuggire. Mirella e la madre, Nina Tantini, furono arrestate, interrogate e rinchiuse prima nel carcere di Villa Andreino, a La Spezia, poi nel carcere di Marassi, a Genova, e infine trasferite nel campo di transito di Bolzano-Gries. Il 5 ottobre 1944 partirono su un convoglio diretto a Ravensbrück, il principale lager femminile del Terzo Reich. All’arrivo Mirella ricevette il numero di matricola 77415 e il triangolo rosso che contrassegnava i deportati politici.
La sua vicenda racconta una delle pagine più drammatiche della storia italiana: quella della deportazione politica. Tra l’autunno del 1943 e la primavera del 1945 oltre trentamila persone furono arrestate e deportate nei lager del Reich. Accanto ai partigiani, agli antifascisti, ai militanti dei partiti clandestini e ai protagonisti degli scioperi del 1944, finirono nei convogli della deportazione anche renitenti alla leva della Repubblica sociale italiana, militari accusati di diserzione, sacerdoti e religiosi che avevano aiutato i perseguitati, civili sospettati di collaborare con la Resistenza o di nascondere ebrei e prigionieri alleati evasi e, in molti casi, persone prive di una vera militanza politica, travolte dalla logica repressiva dell’occupazione nazifascista. L’eterogeneità di questa categoria fa comprendere la funzione stessa della deportazione, che fu sia uno strumento di repressione politica, sia un mezzo per intimidire la popolazione civile attraverso una sistematica politica del terrore.
A partire dal giugno 1944 vennero deportate anche le donne: partigiane, staffette, scioperanti, ma anche madri, mogli, sorelle e figlie arrestate perché ritenute responsabili delle attività clandestine dei propri familiari. Tra il 27 giugno 1944 e l’11 gennaio 1945 partirono dall’Italia otto trasporti diretti a Ravensbrück: quattro da Trieste, due da Bolzano-Gries, uno da Verona e uno da Torino. Il viaggio nei carri bestiame, durato spesso diversi giorni, costituiva già il primo momento di immersione nell’universo concentrazionario: fame, sete, promiscuità e incertezza sul destino che attendeva i deportati anticipavano la violenza del lager.
Dei trentamila deportati ne tornarono a casa circa tremila. Tra loro c’era anche Mirella Stanzione, che scelse di testimoniare la propria esperienza incontrando studenti, insegnanti e cittadini nelle scuole e nelle iniziative dell’Aned, di cui è stata una colonna portante. La sua voce ha contribuito a restituire un volto e un nome ai deportati italiani nei Lager nazisti, mantenendone viva la memoria. Come ricordava Lidia Beccaria Rolfi, staffetta della Resistenza deportata a Ravensbrück nel 1944, non si è mai «ex deportati». Anche Mirella Stanzione lo ha dimostrato: sopravvivere al lager ha significato assumersi la responsabilità di raccontarlo, riconoscendo alla testimonianza un alto significato morale e civile.
Elisa Guida
Aned – Roma
