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“Contraddetti i principi del restauro, quella scritta ‘riportata all’origine’ inserisce un elemento non autentico nell’opera legandola a un preciso momento temporale”

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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo –  In questi giorni è stato detto molto in merito alla scritta che campeggia sul partito d’angolo dell’edificio che attualmente è sede del liceo “Mariano Buratti”. La scritta c’era già prima dell’intervento, ma era appena leggibile, tanto quanto bastava a ricordare l’antica destinazione, senza destare scalpore. I fruitori dell’opera (non solo gli studenti e il personale del Liceo ma chiunque passeggi per le vie del quartiere) erano abituati a quell’immagine, testimonianza di un riuso edilizio come tanti altri. Il caso mediatico è nato nel momento in cui la scritta è apparsa integralmente “ripristinata”, a seguito di un intervento condotto nell’ambito dei recenti lavori che stanno interessando l’intero edificio. Il significato ideologico dell’operazione ha portato a puntare i riflettori sulla faccenda, ma a mio parere anche quello  metodologico, non è meno rilevante.

Liceo classico Mariano Buratti - Dietro i teloni dell'impalcatura si intravede la scritta rifatta "Casa del Balilla"

Liceo classico Mariano Buratti – Dietro i teloni dell’impalcatura si intravede la scritta rifatta “Casa del Balilla”


Considerando l’oggetto, un edificio di pregio, progettato dall’ingegnere Enrico Rispoli, inaugurato nel 1937, ci si aspetterebbe un approccio fondato sui principi del Restauro, che difficilmente riescono a trovare piena applicazione nel campo dell’architettura. A prescindere dalle idee politiche che ciascuno può avere, rivedere quella scritta – fra l’altro non coeva alla nascita dell’edificio, come dimostrato da alcuni antichi documenti fotografici – “riportata all’origine” contraddice tali principi, inserendo un elemento non autentico, che lega l’opera a un preciso momento temporale, piuttosto che tenere conto del trascorso storico, e della naturale e inevitabile processualità. A questo punto bisogna fare i conti con ciò che si pone d’avanti agli occhi (factum infectum fieri non potest), e affrontare il problema in maniera critica, valutando una serie di possibili soluzioni.

Viterbo - Giaccone Domenico professore, ingegnere e PhD dal 2020, svolge libera attività di studio e di ricerca sui temi del restauro e della storia dell'architettura

Viterbo – Giaccone Domenico


Considerando il caso specifico, un ripristino allo stato precedente all’intervento potrebbe rivelarsi tecnicamente complicato, e implicherebbe, comunque, il rischio di creare qualcosa di diverso rispetto a ciò che il tempo aveva tramandato, in forma di lacerti. In alternativa, si potrebbe pensare di lasciare il nuovo testo – alla cui matericità non può essere attribuita alcuna istanza storica, e il cui colore, voglio sperare, sia stato determinato con dei saggi – ma di sovrapporre ad esso un marcato tratto (una barra orizzontale, una serie di croci o di linee obblique), come a volerlo cancellare senza nasconderlo, attuando una sorta di ragionata damnatio memoriae che consenta di rispettare le diverse fasi storiche dell’edificio, conservando sì la memoria della funzione che esso ha avuto in passato, ma anche narrando la contemporaneità, nel rispetto dei valori espressi attraverso la nostra Costituzione.

Giaccone Domenico
Professore, ingegnere e PhD dal 2020
svolge libera attività di studio e di ricerca
sui temi del restauro e della storia dell’architettura


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