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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Dalle prime ondate di caldo anomalo di giugno, la città di Viterbo e la sua provincia sono state dai primi giorni tra le zone d’Italia con allerta massima per il raggiungimento di temperature estreme, condizione seguita da fenomeni alquanto distruttivi per strutture e colture, a seguito delle perturbazioni violente che si sono abbattute anche sulle aspettative delle aziende del settore agricolo, motore economico della Tuscia.
È di qualche giorno fa, infatti, un appello di Coldiretti rivolto ai sindaci dei comuni più colpiti, che ha richiesto di attivare le procedure di riconoscimento dello stato di calamità, per far fronte alle ingenti perdite dovuta, appunto, alle condizioni climatiche avverse.
Per capire come la nostra provincia si stia muovendo sul tema climatico, quali piani siano stati predisposti o siano allo studio, è necessario rivolgersi ai canali istituzionali ufficiali che, tuttavia, deludono tutte le aspettative e le domande legittime di quanti, come noi, si stanno chiedendo cosa stiano pensando di fare le amministrazioni pubbliche locali per gestire la situazione e, nei limiti del possibile, contrastare la deriva climatica in atto.
Oltre ai generici piani emergenziali, non abbiamo trovato alcun passaggio che provi a ragionare su quali misure di tutela o ripristino ambientale potrebbero determinare una inversione di tendenza a lungo termine, forse senza nessun effetto immediato, cosa quest’ultima che però non può determinare l’assurda circostanza di non preoccuparsi affatto della questione, affidandosi al fato.
Tuttavia, la cosa non può sorprendere dal momento che la nostra provincia è ormai l’accreditata roccaforte delle istanze che si definiscono “conservatrici” ma che invece non conservano proprio nulla e si permettono perfino di fare della puerile, quanto inopportuna, ironia su un clima assai lontano da quello tipico delle nostre zone.
Se i leader politici delle organizzazioni attualmente al potere, fortemente sostenute nella nostra provincia, ritengono che ci si possa abituare al “clima caraibico”, dovrebbero spiegare ai loro sostenitori, anche quelli locali, come pensano di trasformare l’economia del viterbese, dal momento che le nostre tradizionali colture hanno caratteristiche diverse dai banani, dalle palme da dattero, ecc. Gli agricoltori viterbesi non si meritano questa superficialità istituzionale, a nostro avviso altamente offensiva, soprattutto da parte di chi dovrebbe, come aveva promesso, difendere le produzioni italiane, la loro varietà e peculiarità anche in termini regionali e localistici. La banalizzazione di ogni questione, invece, sta trasformando anche le politiche ambientali ed economiche in un cabaret, dove i danneggiati non sanno forse più con chi prendersela, in un teatro politico che inventa ogni giorno un nemico, invece di dare risposte concrete o attuare politiche volte a darne anche a medio e lungo termine.
Se il nostro paese resterà ancora intrappolato nelle mani di chi pensa di poter sfruttare le varie situazioni solo per fare i propri interessi che troppo spesso coincidono solo con la difesa dei propri privilegi, prepariamoci a “bere molta acqua, non uscire nelle ore centrali del giorno, non lasciare i bambini in macchina sotto al sole…” per difenderci da quel clima caraibico che potrebbe far venire in mente a qualche farneticante politico di vendere il nostro territorio per trasformarlo in un immenso resort ad un’ora da Roma o, come seriamente temiamo, un’arida discarica.
Valeria Bruccola
Segretaria della federazione provinciale di Sinistra italiana Avs
