Viterbo – “Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione”. La celebre frase di Amici miei sembra scritta appositamente per la pista ciclabile di Viterbo. Con una piccola differenza: nessuna delle quattro qualità indicate nel film pare essere stata necessaria per progettare il serpentone rosso che avanza a caso per la città.
Avanza inesorabile come la morte. Inutile. E prima o poi arriva dappertutto. Quando arriva lascia dietro di sé restringimenti, cordoli, curve improbabili e una viabilità più complicata di prima. Pericolosa. Tutto per un’opera della quale i cittadini continuano a non comprendere l’utilità, anche perché di ciclisti lungo il percorso se ne vedono ben pochi. Anzi nessuno.
L’opera dell’amministrazione Frontini continua ad avanzare nonostante critiche, proteste e 1.170 firme raccolte contro la nuova sistemazione di via della Pila.
La pista è in via San Paolo. È in via Mariano Romiti. È in via Armando Diaz. È in via San Camillo de Lellis. È in via della Pila. Compare, scompare, attraversa, devia, curva e riparte. Un po’ qua e un po’ là, seguendo una logica che probabilmente esiste, ma che si guarda bene dal manifestarsi ai comuni mortali.
Più che una rete ciclabile sembra una collezione di tratti rossi sparsi sulla carta della città a caso. Una ciclabile a puntate, senza che nessuno abbia ancora capito la trama e, soprattutto, dove dovrebbe portare.
La pista ciclabile in via San Camillo De Lellis
In via San Camillo de Lellis ritorna persino un grande classico della progettazione viterbese: la curva ad angolo retto. Perché seguire una traiettoria dolce e naturale quando si può costringere il ciclista a una svolta secca? Il genio, del resto, è anche velocità d’esecuzione. Possibilmente senza perdere tempo a pensare alla velocità di percorrenza e alla sicurezza di chi dovrebbe utilizzare l’opera.
Poi ci sono le interruzioni, gli attraversamenti, i restringimenti e i cordoli. Cordoli gialli, grandi, visibili e, soprattutto, distribuiti secondo una logica tutta da decifrare. Compaiono dove il percorso è già troppo stretto e rischiano di trasformarsi in ostacoli pericolosi. Spariscono, invece, dove sarebbero forse più necessari per proteggere realmente chi va in bicicletta, come in via Armando Diaz, nei pressi di porta Romana.
Ma il capolavoro resta la larghezza. Una pista misera, compressa tra carreggiate, marciapiedi, alberi, tombini, muri e accessi laterali. In alcuni punti sembra progettata più per dimostrare che esiste che per consentire a un ciclista di percorrerla con una ragionevole sicurezza. Chissà se la pista rispetta gli standard previsti?
La pista ciclabile in via San Camillo De Lellis – Curva ad angolo di 90 gradi
Del resto, che venga realmente utilizzata sembra quasi un dettaglio. L’importante pare essere colorare l’asfalto di un rosso che, in molti tratti, mostra già i segni del deterioramento o è quasi scomparso, aggiungere qualche bicicletta bianca, sistemare due cordoli gialli e dichiarare compiuta la rivoluzione della mobilità sostenibile.
Poi, se il tracciato non costituisce un percorso continuo, sicuro, comprensibile e funzionale, pazienza. Se affronta salite poco invitanti, che importa. Se quasi nessuno lo percorre, ancora meglio: almeno non si consuma ulteriormente.
È una ciclabile che sembra nata non per collegare luoghi, ma per collegare rendicontazioni. Non per rispondere alle esigenze dei cittadini, ma per poter dichiarare che il finanziamento è stato speso.
E qui arriva la supercazzola dei soldi pubblici. Quasi fossero banconote cadute dal cielo e quindi spendibili comunque, anche per opere inutili. Ma si tratta pur sempre di denaro pubblico. E il denaro pubblico non diventa gratuito soltanto perché arriva attraverso un finanziamento.
Un finanziamento, inoltre, non rende automaticamente utile un’opera. Prima di spendere sarebbe stato necessario progettare un percorso coerente, largo, continuo, sicuro e realmente utilizzabile. Qui, invece, restano tratti sparsi, curve ad angolo retto, restringimenti, cordoli collocati secondo una logica incomprensibile e vernice che mostra già evidenti segni di deterioramento.
E non finisce con i costi di realizzazione. Per mantenere il tracciato serviranno altri soldi: per ripristinare la vernice che sta già scomparendo, sistemare i cordoli e la segnaletica, pulire la sede e intervenire sul manto deteriorato. Altri costi destinati a ricadere sui cittadini, ammesso naturalmente che la manutenzione venga davvero effettuata.
Perché l’alternativa sarebbe persino peggiore: dopo avere speso denaro pubblico per realizzare una pista inutile e malridotta già alla nascita, lasciarla degradare fino a trasformarla definitivamente in una striscia scolorita, disseminata di ostacoli e ancora più pericolosa. Una pista su cui non passano i ciclisti, ma continuano a essere posteggiate le auto, senza che il comune difenda il manufatto e faccia rispettare le regole imposte. Basta fare un giro al Pilastro per vedere come funziona il “posteggio rosso”.
Rosso sull’asfalto, giallo sui cordoli e nero nel bilancio politico di un’amministrazione che presenta come mobilità sostenibile una pista ciclabile della quale non si riesce a comprendere né il percorso né l’utilità.
Un’opera che, oltre a essere inutile e dannosa, rappresenta uno scempio estetico per una città che vorrebbe definirsi turistica e culturale.
Insomma, una tipica realizzazione dell’amministrazione guidata da Chiara Frontini, che ha voluto la pista ciclabile e continua a non ascoltare cittadini, residenti e commercianti. Una sindaca che costa ai viterbesi quasi 10mila euro lordi al mese e che, invece di risolvere i problemi, sembra aggiungerne continuamente di nuovi: viabilità peggiorata, opere contestate, quartieri esasperati e decisioni calate dall’alto.
Frontini è inoltre imputata per minaccia aggravata insieme al marito Fabio Cavini nel processo sulla cosiddetta “cena dei veleni”. È anche la sindaca che ha segnato un precedente a palazzo dei Priori nominando assessore una persona già condannata in via definitiva, nonostante in campagna elettorale avesse assicurato che nella propria giunta non ci sarebbe stato spazio per pregiudicati.
Quando si dice il genio.
La pista diventa così il simbolo perfetto del metodo Frontini: decidere senza ascoltare, andare avanti nonostante le proteste e trasformare un’opera pubblica in un problema quotidiano per chi vive e lavora in città.
In via della Pila le firme contro la nuova sistemazione sono arrivate a 1.170. Ma l’amministrazione procede. Il tracciato avanza, i cordoli si moltiplicano e le richieste dei cittadini restano senza risposte concrete.
Forse avevano ragione in Amici miei: il genio è fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione. A Viterbo, però, è stata scelta una formula più semplice: vernice, cordoli, improvvisazione e velocità di spesa inutile.
Carlo Galeotti
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana, secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.

