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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo un intervento di Fernando Monfeli dopo la manifestazione per chiedere la copertura della scritta, ricreata e artefatta, “Casa del Balilla” sulla facciata del liceo classico Mariano Buratti – Partecipare alla manifestazione davanti al liceo Mariano Buratti non è stata soltanto una scelta doverosa, ma un atto di profonda responsabilità civile. La scritta fascista riapparsa sul muro dell’istituto è una vera e propria provocazione lanciata ai valori dell’antifascismo: un tentativo grave e maldestro di rimettere in discussione quegli ideali di libertà e democrazia che fanno parte di un passato che il popolo italiano ha già rigettato e che non ha alcuna ragione di essere riesumato.
Durante il presidio, mio fratello Tonino ha preso la parola per condividere con i presenti un ricordo di famiglia che lega in modo indissolubile la memoria personale alla storia di quell’edificio.
Correva l’anno 1941. In quello stesso stabile che oggi ospita il liceo, nostro padre Agustavo, detto Nello — allora appena diciottenne e già fermamente antifascista — venne convocato insieme a tanti altri ragazzi. L’obiettivo del regime era chiaro: far firmare loro l’adesione “volontaria” per andare a combattere sul fronte russo. Attraverso pressioni psicologiche, intimidazioni e strategie coercitive, i dirigenti dell’epoca riuscirono a piegare quasi la totalità dei presenti.
Agustavo Monfeli, detto Nello, in una foto che lo ritrae quando fu arruolato nell’esercito
Rimasero soltanto in due a non cedere: nostro padre e un altro giovane. Mantennero il punto con un coraggio incrollabile, arrivando persino a rifiutarsi di firmare di fronte a una pistola puntata alla testa. Di fronte a tanta ostinazione e all’impossibilità di piegarli, dopo una breve riunione, i dirigenti li fecero uscire accompagnando la loro decisione con una frase spietata: “Aprite le porte che escono i lebbrosi!”.
Quello che accadde dopo è la tragica realtà della storia: dei 150 ragazzi che partirono per la Russia da quel piazzale, ne tornarono a casa soltanto una trentina.
I “lebbrosi” di allora erano semplicemente due giovani che avevano scelto di non tradire la propria coscienza e di non farsi carne da macello per una guerra ingiusta. Ricordare questa vicenda oggi non significa fare del semplice amarcord, ma riaffermare con forza che la libertà di cui godiamo è stata pagata a caro prezzo da chi ha saputo dire di no.
Desidero cogliere questa occasione per rivolgere un sentito ringraziamento a Enrico Panunzi per la grande sensibilità, la presenza e la vicinanza dimostrate su questo tema. La sua attenzione verso la tutela della memoria storica e dei valori democratici e repubblicani rappresenta un segnale fondamentale per tutta la nostra comunità e per i giovani che ogni giorno varcano la soglia del liceo Buratti.
La memoria non si cancella e i muri della nostra democrazia sono fatti di storie come quella di nostro padre.
Fernando Monfeli

