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Viterbo – L’articolo di Carlo Galeotti pubblicato su Tusciaweb ha il merito di riportare al centro del dibattito pubblico una questione che l’Automobile club Viterbo segnala da tempo: la mobilità sostenibile non può essere ridotta a vernice rossa sull’asfalto, cordoli gialli e inaugurazioni. La mobilità sostenibile, se vuole essere seria, deve migliorare la sicurezza, rendere più ordinata la circolazione, proteggere gli utenti deboli e non aggravare i problemi già esistenti della città.
– La pista ciclabile è genio: compare, scompare e non porta da nessuna parte di Carlo Galeotti
Lo dico con chiarezza, nella mia qualità di presidente dell’Automobile club Viterbo: non siamo contro i ciclisti, non siamo contro l’ambiente, non siamo contro il principio di una mobilità più moderna. Siamo contro le opere mal pensate, contro le priorità capovolte e contro gli interventi che, invece di risolvere i problemi, ne producono di nuovi. A Viterbo la questione non è ideologica. È concreta, quotidiana, visibile a chiunque percorra le strade cittadine.
Da anni richiamiamo l’attenzione dell’amministrazione comunale sullo stato del manto stradale, sulla segnaletica orizzontale e verticale, sui parcheggi, sui nodi di traffico, sulle code in ingresso e in uscita dalla città, sulla sicurezza dei pedoni e degli automobilisti. Il problema vero non è stabilire se una pista ciclabile possa essere utile in astratto. Il problema è capire se questa pista ciclabile, in questa città, in questi tratti, con queste pendenze, con questi restringimenti, con questi cordoli e con questo scarso utilizzo, sia davvero una risposta alle esigenze dei cittadini.
La risposta, purtroppo, appare evidente: no.
La sicurezza non si misura con i metri di pista realizzati
Le politiche pubbliche non devono essere valutate sulla base della quantità di opere realizzate, ma della loro utilità effettiva. Una pista ciclabile è utile se collega luoghi reali, se viene usata, se è continua, se è riconoscibile, se è sicura, se non produce pericoli aggiuntivi e se non peggiora in modo irragionevole la circolazione degli altri utenti della strada.
La stessa normativa tecnica nazionale sulle piste ciclabili indica criteri precisi: attrattività, continuità, riconoscibilità, percorsi brevi, diretti e sicuri, valutazione dell’utenza reale e potenziale, verifica della fattibilità e dell’effettivo utilizzo. Non sono dettagli burocratici. Sono condizioni minime per evitare che un’infrastruttura ciclabile diventi una semplice striscia colorata, magari utile alla rendicontazione di un finanziamento, ma non alla sicurezza e alla mobilità della comunità.
Quando, invece, un tracciato compare, scompare, devia, attraversa, curva bruscamente, si restringe, interferisce con parcheggi, accessi laterali, carreggiate già compresse e tratti ammalorati, allora non siamo più davanti a una rete ciclabile moderna. Siamo davanti a un problema di progettazione e di priorità amministrativa.
I dati impongono prudenza e responsabilità
I numeri dell’incidentalità stradale non consentono leggerezze. Nel 2024, secondo l’Istat, nel Lazio si sono verificati 21.240 incidenti stradali, con 319 morti e 27.694 feriti. Nella provincia di Viterbo, nello stesso anno, si sono registrati 775 incidenti, 21 vittime e 1.087 feriti. Rispetto al 2023, gli incidenti e i feriti sono diminuiti, ma le vittime sono aumentate da 18 a 21. Questo è il dato che deve guidare le scelte pubbliche: meno propaganda e più prevenzione.
Lo stesso rapporto segnala che l’indice di mortalità cresce nella provincia di Viterbo, mentre diminuisce nelle altre province del Lazio. In una realtà territoriale che ha conosciuto lutti dolorosi e incidenti gravi, la priorità dovrebbe essere una sola: mettere in sicurezza le strade, rifare la segnaletica, eliminare le insidie, presidiare gli attraversamenti, migliorare il deflusso, proteggere pedoni, motociclisti, automobilisti e ciclisti.
Per questo appare difficile comprendere la scelta di concentrare energie, risorse e spazio stradale su tratti ciclabili scarsamente utilizzati, quando molte strade cittadine e provinciali richiedono interventi più urgenti e più direttamente collegati alla sicurezza della circolazione.
Cordoli e restringimenti: una nota tecnica di sicurezza stradale
Il tema dei cordoli non può essere trattato come un dettaglio estetico. Il cordolo è un elemento fisico inserito nella sede stradale. Se collocato in modo corretto, può contribuire a separare i flussi; se collocato in modo discutibile, in carreggiate già strette o in punti di conflitto, può diventare un ostacolo, ridurre gli spazi di manovra, indurre frenate improvvise, creare incertezza nei conducenti e aumentare il rischio per ciclisti, motociclisti e automobilisti.
La sicurezza stradale si fonda sulla prevedibilità dell’infrastruttura. Chi guida deve poter leggere la strada in modo immediato; chi pedala deve poter seguire una traiettoria naturale; chi cammina deve attraversare su segnaletica visibile e protetta. Un sistema fatto di restringimenti, deviazioni improvvise, cordoli invasivi, curve secche e tratti non continui aumenta la complessità cognitiva della guida. E quando una strada diventa meno leggibile, diventa anche meno sicura.
Il decreto ministeriale 30 novembre 1999, numero 557, richiama larghezze minime, franchi laterali liberi da ostacoli, raggi di curvatura proporzionati alla velocità di progetto, regolarità delle superfici, continuità e manutenzione. Non basta, quindi, tracciare una pista. Occorre verificare se il tracciato sia realmente percorribile in sicurezza, se gli elementi separatori siano opportunamente dimensionati, se le intersezioni siano risolte, se le curve siano compatibili con la marcia di una bicicletta, se la segnaletica sia chiara e se la manutenzione sia programmata e finanziata.
Per tale ragione, l’Automobile club Viterbo ritiene necessario un audit tecnico indipendente sui tratti già realizzati: via San Paolo, via Mariano Romiti, via Armando Diaz, via San Camillo de Lellis, via della Pila e gli altri segmenti interessati. L’audit dovrebbe verificare larghezze effettive, visibilità, raggi di curvatura, continuità, interferenze con il traffico motorizzato, impatto sui parcheggi, condizioni del manto, stato della verniciatura, posizionamento dei cordoli e reale utilizzo dell’opera.
Verifiche minime da effettuare
• rilievo metrico delle larghezze effettive della carreggiata e della pista ciclabile;
• valutazione dei punti in cui i cordoli riducono la manovrabilità o costituiscono un ostacolo fisso;
• analisi degli attraversamenti e delle intersezioni con accessi laterali e svolte veicolari;
• controllo della visibilità notturna, della segnaletica orizzontale e verticale e dello stato della vernice;
• monitoraggio dell’utilizzo reale da parte dei ciclisti nelle fasce orarie ordinarie e scolastiche;
• comparazione tra benefici attesi e costi di realizzazione, manutenzione e perdita di funzionalità viaria.
La città ha urgenze diverse
Viterbo ha bisogno di una mobilità razionale. Ha bisogno di strade manutenute, attraversamenti pedonali visibili, segnaletica verticale aggiornata, parcheggi ordinati, controlli nelle ore di punta, interventi sui nodi critici, manutenzione programmata e una visione complessiva del traffico. Ha bisogno di un piano che parta dai problemi reali, non dalle formule di moda.
Una città storica, con salite, discese, mura, quartieri residenziali, scuole, ospedale, uffici pubblici, un centro storico fragile e flussi pendolari importanti, non può essere trattata come un laboratorio astratto. La sostenibilità non si ottiene togliendo spazio alla circolazione senza creare alternative efficienti. La sostenibilità si ottiene riducendo il rischio, rendendo più fluido il traffico, abbassando l’incidentalità, favorendo un uso intelligente degli spazi e ascoltando chi vive ogni giorno la strada.
Chi governa ha il dovere di ascoltare cittadini, residenti, commercianti, automobilisti, pedoni e anche quei ciclisti che vorrebbero percorsi davvero sicuri. Le 1.170 firme raccolte contro la nuova sistemazione di via della Pila, richiamate nell’articolo di Galeotti, non possono essere liquidate come un fastidio politico. Sono un segnale. E quando una comunità segnala un disagio, l’amministrazione non deve irrigidirsi: deve verificare, correggere, spiegare e, se necessario, fare marcia indietro.
Un appello all’amministrazione Frontini
All’amministrazione guidata dalla sindaca Chiara Frontini rivolgiamo, quindi, un invito preciso: sospendere ogni ulteriore avanzamento non indispensabile della pista ciclabile fino alla conclusione di una verifica tecnica seria; rimuovere o riposizionare i cordoli che risultino pericolosi; ripristinare la piena leggibilità della segnaletica; intervenire con priorità sul manto stradale; adottare un piano straordinario per gli attraversamenti pedonali e per i punti a maggiore incidentalità; pubblicare i dati sull’utilizzo reale dei tratti ciclabili già realizzati.
Questo non è un attacco alla mobilità sostenibile. È, al contrario, una richiesta di serietà verso la mobilità sostenibile. Perché una mobilità sostenibile costruita male non è sostenibile: è solo un costo in più, un disagio in più, un rischio in più.
L’Automobile club Viterbo continuerà a svolgere il proprio ruolo istituzionale: richiamare l’attenzione sulla sicurezza stradale, sulla responsabilità degli enti proprietari delle strade, sulla manutenzione, sull’educazione degli utenti e sulla necessità di politiche pubbliche misurabili. Non servono slogan. Servono strade sicure. Non servono cantieri simbolici. Servono interventi utili. Non serve contrapporre automobilisti e ciclisti. Serve proteggere tutti gli utenti della strada.
La vera modernità non consiste nel dipingere l’asfalto. Consiste nel rendere una città più sicura, più ordinata e più vivibile. Su questo terreno l’Automobile club Viterbo è pronto al confronto. Ma a un confronto vero, tecnico, trasparente, fondato sui dati e non sulle narrazioni.
Sandro Zucchi
Presidente dell’Automobile club Viterbo
