Civita Castellana – (sil.co.) – Madre tratta le figlie come serve, condannata a tre anni per maltrattamenti. Si è chiuso martedì davanti al collegio presieduto dal giudice Savina Poli, pm Massimiliano Siddi, il processo per maltrattamenti aggravati in famiglia alla donna di Civita Castellana denunciata nel luglio del 2023 dall’ex marito dopo l’ennesimo brutale pestaggio della figlia maggiore, che oggi ha 20 anni.
Violenza su minore – Foto di repertorio
“Siamo state picchiate e costrette a lasciare la scuola per lavorare al bar”, hanno riferito in aula lo scorso ottobre le figlie maggiori della coppia, due ragazze di 18 e 20 anni, chiamando i genitori per nome e non mamma e papà.
Entrambi tossicodipendenti, al padre e alla madre, che non si sarebbero fatti scrupolo di assumere sostanze “tutte le sere” davanti alle quattro figlie, due delle quali ancora bambine, è stata sospesa la potestà genitoriale. I servizi sociali si sono interessati per la prima volta alla famiglia nel 2019, quando dopo la nascita della figlia più piccola sono state trovate tracce di stupefacenti nelle analisi.
In questo quadro sono emersi ulteriori particolari agghiaccianti sulla loro infanzia e adolescenza a fianco di genitori drogati. “A 13 anni la sera dovevo andare al bar a fare gli aperitivi. Dopo le medie, abbiamo dovuto smettere di studiare per gestirlo noi, perché papà non era in grado e la mamma la mattina non si svegliava. All’inizio solo il fine settimana, poi sempre. Inoltre dovevamo pensare alla casa, alla cucina, ad accudire le sorelline piccole. E per mamma ogni occasione era buona per riempirci di botte”, ha raccontato in tribunale la ventenne.
Nel 2021 il fidanzatino di una delle due chiamò Telefono Azzurro. “Dovevamo andare a vedere le luminarie. Lei me lo impedì, avevo 15 anni, obbligandomi ad andare a lavorare al bar. Fu lui a chiamare, io avevo paura. Dopo di che intervennero i servizi sociali e tre di noi sorelle rimasero con papà e una con la mamma fino a quando, a luglio 2023, non è stata picchiata selvaggiamente ed è stata sporta denuncia”, è stato riferito nel corso di una toccante testimonianza.
Il pm Siddi, sottolineando l’attendibilità dei racconti delle figlie e del fidanzato che ha chiamato Telefono Azzurro, prima ancora della denuncia del padre, ha chiesto per l’imputata una condanna a tre anni di reclusione. Pena accordata in primo grado dal collegio dopo una breve camera di consiglio.
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
