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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Memoria, antifascismo e legalità: brevi riflessioni su una città disorientata.
Con questo breve scritto vorrei condividere, con i miei amici e colleghi dell’Auser, associazione da sempre impegnata nella tutela della memoria storica, alcune riflessioni che mi sono scaturite pochi giorni fa durante una manifestazione sportiva svoltasi nella capitale, alla quale partecipavo come dirigente e allenatore.
Qui sono stato avvicinato da alcuni colleghi che mi hanno chiesto cosa stesse succedendo a Viterbo riguardo ai lavori in corso sull’edificio del liceo classico intitolato alla memoria di Mariano Buratti. I colleghi, con mio grande stupore, erano ben informati sul caso, anche nei minimi particolari, portandomi a riflettere su come questa vicenda abbia travalicato i confini della nostra città.
Si è parlato di Viterbo, ma poi la breve discussione che ne è scaturita si è allargata all’intera società italiana, che appare attraversata da un serrato confronto su quelle che sono le sue future prospettive, il suo modello di sviluppo culturale, di costume, economico ed etico. Insomma, su dove stia andando la società italiana.
In questo clima di incertezza, la città di Viterbo offre allo sguardo dei suoi cittadini un quadro di evidenti e sconcertanti contraddizioni: tre vicende distinte che, se osservate insieme, restituiscono il profilo di una comunità in costante cortocircuito sulla tutela del proprio patrimonio storico e morale.
Da un lato vi è l’inerzia con cui si assiste alla permanenza del manifesto a piazzale Gramsci con la scritta “Remigrazione”. Nonostante sia stata emessa un’apposita ordinanza dirigenziale, la numero 409 del 15 giugno 2026, che ne imponeva la rimozione entro dieci giorni, il provvedimento è rimasto a oggi del tutto ineseguito.
Proprio come le classiche “grida manzoniane”, le ordinanze odierne minacciano e dispongono, ma finiscono per essere ignorate nel silenzio di chi dovrebbe farle rispettare, quasi si temesse che applicare la legalità repubblicana possa generare un’inutile visibilità ai trasgressori.
A questa paralisi fa da contraltare l’inaspettata sollecitudine con cui si è proceduto, sotto l’egida della soprintendenza, al ripristino della scritta fascista “Casa del Balilla” sulla facciata del liceo classico intitolato al partigiano Mariano Buratti.
Un’operazione condotta senza adeguate pezze d’appoggio o giustificazioni filologiche rigorose, che utilizza fondi e strumenti pubblici per far riemergere i simboli dell’indottrinamento di regime proprio sull’edificio dedicato a chi ha dato la vita per combattere quello stesso regime.
A rendere questo quadro ancora più emblematico interviene una terza vicenda, formalmente virtuosa ma tragicamente stridente nel contesto: la delibera di giunta numero 171 dell’8 giugno 2026. Con questo atto, il comune ha istituito la “Giornata della Donna Rimasta Sconosciuta”, approvando la realizzazione di un’opera artistica in ricordo della donna barbaramente uccisa dai nazifascisti l’8 giugno 1944 proprio a piazzale Gramsci, accanto a Giulio Pollastrelli e Oreste Telli.
In ordine al sit-in di sabato 25 luglio, aderiamo con profonda convinzione.
È inevitabile porsi qualche interrogativo di fondo: come si conciliano questi gesti e queste omissioni? Si delibera con commozione per omaggiare una vittima dell’eccidio nazifascista proprio in quel piazzale Gramsci dove, a pochi metri di distanza, si tollera che un manifesto neofascista sbandieri idee d’odio in aperta violazione di un’ordinanza comunale?
E quale senso di continuità storica si pensa di trasmettere ai giovani, promossi come custodi della memoria per l’opera sulla “Sconosciuta” che a breve verrà esposta a piazzale Gramsci, quando, pochi quartieri più in là, gli stessi giovani vedono ripristinare la scritta “Casa del Balilla” sulla facciata della loro scuola intitolata a un eroe della Resistenza?
Non si tratta di avanzare pretese o di sollevare toni di scontro, ma di proporre una serena e profonda riflessione pubblica. La memoria storica di una città non può essere un mosaico di interventi schizofrenici, in cui si celebra il ricordo delle vittime della violenza nazifascista sulla carta e, contemporaneamente, si mostrano incertezze verso le manifestazioni neofasciste presenti o benevolenza verso la retorica monumentale del Ventennio.
Mariano Buratti e tanti altri hanno lottato per una società libera e fondata sulla dignità della persona. Ci auguriamo che le istituzioni cittadine sappiano ritrovare questo filo conduttore, ricordando che la legalità e l’antifascismo costituzionale richiedono una coerenza quotidiana, nei fatti e non soltanto nelle celebrazioni.
Sergio Burratti
Volontario di Auser Viterbo
