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Ombre diventa una passerella elettorale a caro prezzo per i cittadini

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Convegno sul palazzo di Federico II - La sindaca Chiara Frontini e l'assessore Alfonso Antoniozzi

Convegno sul palazzo di Federico II – La sindaca Chiara Frontini e l’assessore Alfonso Antoniozzi

Chiara Frontini e Alfonso Antoniozzi

Chiara Frontini e Alfonso Antoniozzi

Chiara Frontini e Alfonso Antoniozzi

Chiara Frontini e Alfonso Antoniozzi

Chiara Frontini e Alfonso Antoniozzi

Chiara Frontini e Alfonso Antoniozzi

Viterbo – Chiamarlo festival culturale è un atto di generosità. Ombre festival 2026 appare piuttosto come un festival politico-elettorale di regime, finanziato abbondantemente dal comune con 50mila euro. Una cifra inusitata per una rassegna mediocre, costruita su un’idea di cultura celebrativa, encomiastica e compiacente. Una cultura di superficie, buona per gli inchini, le fotografie, le presentazioni e gli applausi sicuri. Non certo per disturbare il pensiero unico della maggioranza silenziosa. Per attingere a qualche verità.

Il punto va messo subito a fuoco. Non è Ombre a usare la politica, non ne sarebbe in grado. È la politichetta comunale, e non solo, che usa Ombre. Lo usa come palcoscenico già pronto, come fondale piatto, come spazio di legittimazione. Lo usa perché ci sono piazze, microfoni, pubblico, ospiti, titoli, comunicazione e soprattutto un contributo comunale da 50mila euro.

La cultura, in questa costruzione, sembra spesso un pretesto. Una quinta scenica dietro cui far sfilare sindaca, assessori, amministratori, politici nazionali. Il tutto dentro un cartellone che dà l’impressione di essere pensato più per avere il consenso di chi comanda che per produrre pensiero. Pensiero vero, fatto di programmi di ricerca, abbattimento di paradigmi, produzione di fatti. Perché la cultura, non reverenziale, produce fatti, produce novità utili alla specie.

Il problema non è solo politico. È culturale. Ombre festival 2026 mostra una completa mancanza di idee. Non c’è una visione. Non c’è una domanda forte. Non c’è una chiave interpretativa capace di attraversare il presente. C’è un non grande accumulo di nomi, presenze, tavoli, presentazioni, moderazioni e passerelle. Un programma pieno, ma vuoto di pensiero. Gonfio, ma non profondo. Sul piano culturale vale più una serata organizzata da Italo Leali, con la sua terribile e bellissima battaglia contro la Sla, che tutta l’accozzaglia di eventini di Ombre. Questa è cultura. Italo produce cultura, che vita e morte.

Quella di Ombre è una cultura celebrativa, museale, mummificata e mummificante. Una cultura reverenziale, che mette tutto sotto teca anche quando finge di portarlo in piazza. Conserva, imbalsama, incornicia, applaude. Ma non apre contraddizioni, non produce rotture, non accende conflitto intellettuale. In pratica, nessuna cultura. Solo cerimonia. Solo esposizione. Solo liturgia in omaggio al potere.

Come diceva Sebastián Matta in una splendida introduzione alla sua mostra “Il cuore è un occhio” molti anni fa, il ruolo dell’intellettuale è quello di “leonardare”: vedere al di sotto delle apparenze, andare oltre la superficie, scoprire ciò che il visibile nasconde. Qui accade l’opposto. Ombre non leonarda nulla. Non scava, non smonta, non interpreta. Si limita a lucidare l’apparenza, a mettere in fila ospiti, a distribuire microfoni, a celebrare ciò che già esiste.

Persino la dedica a San Francesco, che avrebbe potuto offrire una straordinaria occasione di riflessione sul potere, sulla povertà, sulla frattura tra ricchezza e marginalità, sulla pace, sul creato e sulla disobbedienza spirituale, sulla teologia della liberazione, viene impostata con una banalità disarmante. Francesco ridotto a formula gentile, a slogan rassicurante, a cornice edificante. Un santino da parrocchia ottocentesca. Mentre culturalmente il mio amatissimo Francesco è la tigre che sbrana le apparenze, rompe la trama del tessuto fittizio della realtà. Perché Francesco è forte come la morte. Proprio come l’amore, come dice il Cantico dei cantici: “Forte come la morte è l’amore,
tenace come gli inferi è la passione:
le sue vampe son vampe di fuoco,
una fiamma del Signore!”.
Una tigre, appunto, altro che zuccheroso santino.

Una figura icastica, capace di rompere qualsiasi paradigma banale, trasformata in santino da programma estivo. Viene il sospetto che nessuno abbia visto il primo film di Liliana Cavani. Quello del 1966, per capirci, in cui non c’era Mickey Rourke. Non c’è nulla di lezioso in Francesco. Di dolce.

E questo dice molto dell’impianto complessivo della rassegna. Non c’è il coraggio di prendere san Francesco sul serio. Non c’è il coraggio di farne una domanda scomoda. Non c’è il coraggio di interrogare la città, il potere, la politica, le disuguaglianze, la povertà contemporanea. C’è solo il tono celebrativo, l’encomio facile, la frase buona per tutti. Anche quando il tema potrebbe bruciare, Ombre riesce a renderlo innocuo. Mette in ombra tutto. Tutto sotto il tappeto.

Il comune mette 50mila euro per questa roba e questo ci costringe a fare un’analisi di questa scelta. Sul piano politico e culturale. Se l’iniziativa fosse fatta da privati, si potrebbe parlare di scelta, di opzioni. Avremmo detto fatti loro, ma questi sono fatti nostri. Soldi nostri.

E qui stiamo parlando di quello che Alfonso Antoniozzi ha definito il festival del comune. E la politichetta comunale occupa la rassegna. Non una rappresentanza istituzionale sobria. Non un saluto iniziale e poi spazio agli autori. No. La sindaca Frontini e la giunta entrano nel programma manu militari. Dialogano, moderano, introducono, firmano contributi, intervengono. Una presenza imbarazzante che trasforma Ombre in una piattaforma politico-elettorale di regime, utile a tentare di restaurare l’immagine dell’amministrazione Frontini. Un’immagine ormai deteriorata dal fallimento politico, dal fallimento amministrativo e dal fallimento del civismo.

La sindaca Chiara Frontini è ovunque. Firma una pagina introduttiva nel programma. Porta i saluti all’evento inaugurale con Giuseppe Cruciani. Senza fiatare sulle cose terribili sostenute da Cruciani. Dialoga con Piermaria Cecchini. È protagonista con l’ex sindaco Giancarlo Gabbianelli dell’incontro “Dai manifesti ai social media: due generazioni di sindaci a confronto”. Dialoga con Bruno Vespa. Partecipa all’appuntamento “La Tuscia che costruisce il futuro: identità, bellezza e nuove sfide del territorio”.

Una sindaca che costa ai cittadini quasi 10mila euro lordi al mese e che trova anche nel festival finanziato dal comune un’altra occasione per occupare il palco, presidiare la narrazione e trasformare la cultura in propaganda elettorale e amministrativa. Il tutto mentre la città avrebbe bisogno di soluzioni, non di passerelle. Avrebbe bisogno di governo.

Ma non c’è solo Frontini. La giunta entra nel programma come una compagnia stabile. Alfonso Antoniozzi, vicesindaco e assessore alla Capitale europea della cultura, firma un contributo introduttivo e dialoga con Valeria Esposito. Patrizia Notaristefano dialoga con Ulisse Mariani e Rosanna Schiralli. Elena Angiani modera l’incontro sulla scena del crimine a Garlasco e interviene a “San Francesco, uno di noi”. Rosanna Giliberto partecipa allo stesso appuntamento. Emanuele Aronne compare in più serate con Gennaro Capoluongo, Alessandro Di Battista e Luigi de Magistris. Una vetrina politico amministrativa.

Più che un festival, una riunione di maggioranza allargata con pubblico. Anzi, peggio: con il sostegno economico del comune.

L’impianto è chiaro. La politichetta comunale, e non solo, usa Ombre. Usa il libro come lasciapassare, l’autore come occasione, l’incontro come palco, la piazza come set.

È difficile continuare a parlare serenamente di rassegna culturale. La politica la fa da padrona perché occupa la scena. E la occupa non per aprire un confronto vero, ma per farsi vedere, accreditarsi, prendere posto, costruire relazioni e marcare presenza. Il festival politico-elettorale di regime prende forma sera dopo sera, con la benedizione economica dell’amministrazione comunale.

L’incontro tra Frontini e Gabbianelli è forse il manifesto più scoperto dell’operazione. Due sindaci a confronto, “dai manifesti ai social media”. Una formula che più esplicita non potrebbe essere. Dal vecchio manifesto elettorale alla comunicazione permanente. Dal comizio in piazza alla propaganda morbida. Dalla politica dichiarata alla politica travestita da conversazione culturale.

C’è poi il tavolo sulla Tuscia che “costruisce il futuro”. La sindaca, il mondo economico, le categorie. Tutto legittimo, certo, in un altro ambito. Ma dentro un cartellone già così occupato da Frontini e dalla sua amministrazione, l’effetto è quello di un’altra passerella, un altro tassello della stessa narrazione: il potere che celebra sé stesso.

Ed è proprio questo il punto più debole, e più grave, dell’intera operazione. La cultura autentica non è encomio. Non è celebrazione dell’esistente. Non è museo delle buone maniere istituzionali. Non è mummificazione del presente. Non è tappeto rosso per chi governa. Non è un fondale davanti al quale la politica si mette in posa. La cultura vera crea distanza critica dal potere, non gli regge il microfono.

Ombre festival, invece, sembra muoversi nella direzione opposta. È una cultura addomesticata, accomodante, cerimoniale. Una cultura da fotografia ufficiale, da salotto istituzionale, da applauso sicuro. Una cultura museale, mummificata e mummificante, che non graffia, non rischia, non mette in difficoltà nessuno. Soprattutto non mette in difficoltà chi finanzia: il comune.

E allora quei 50mila euro del comune pesano. Pesano politicamente, non solo contabilmente. Perché quando un’amministrazione finanzia in modo così consistente una manifestazione in cui poi sindaca e giunta compaiono ripetutamente, il confine tra contributo pubblico e promozione politica diventa sottilissimo. Quasi invisibile. Un’ombra, appunto.

Il risultato è un festival politico-elettorale di regime. Non perché nel cartellone ci siano politici: la politica, dentro un dibattito culturale vero, avrebbe pieno diritto di cittadinanza. Ma perché qui la politichetta usa la rassegna, invade gli spazi, si prende la scena e si fa racconto di sé. Con la cultura ridotta a cornice e il cittadino trasformato in spettatore della propaganda.

Alla fine, il nome Ombre finisce per essere involontariamente perfetto. Le ombre non sono quelle evocate letterariamente dal festival. Sono quelle di un finanziamento pubblico importante destinato a una rassegna che appare sempre più come vetrina del potere locale. Sono quelle di una sindaca, che già ci costa quasi 10mila euro lordi al mese, che sale e risale sul palco. Sono quelle di una giunta che entra nel cartellone. Sono quelle di un’idea mediocre di cultura, tutta inchini e celebrazioni, museale, reverenziale, mummificata e mummificante, che nulla ha a che vedere con la libertà del pensiero. Con il leonardare. La banalità non è cultura.

Altro che luce. Qui siamo davanti a un festival politico-elettorale di regime pagato anche dai cittadini e usato dalla politichetta comunale, e non solo, come passerella di potere. All’assessore Antoniozzi chiederemo ragione di questa operazione che di culturale non ha neppure il nome. È tempo che si apra un dibattito sulla politica culturale del comune che in quattro anni non ha partorito neppure un topolino. 

Carlo Galeotti


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