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Viterbo – (c.g.) – Che figura di merda. Non solo per Ombre festival, ma per Viterbo, per l’amministrazione guidata da Chiara Frontini e per chi ha trasformato una manifestazione finanziata con denaro pubblico in uno sputtanamento di livello nazionale.
A stroncare la rassegna è Christian Raimo, scrittore, traduttore, insegnante e giornalista, in un lungo articolo di fondo pubblicato l’altro ieri da Domani con il titolo “Ombre su Ombre, se la cultura pubblica diventa un salotto di pedagogia nera”.
Raimo ha collaborato con riviste letterarie, quotidiani e case editrici. Ha pubblicato racconti e romanzi, tra cui Latte e Il peso della grazia, ed è una delle voci più riconoscibili del dibattito italiano su scuola, cultura, politica e società.
Il suo giudizio su Ombre è netto. Il giornalista descrive la rassegna come il prodotto di una città in cui l’amministrazione finanzia con 50mila euro un festival aperto da Giuseppe Cruciani, mentre fuori dal palazzo resta esposto lo striscione sulla “remigrazione”, nonostante un’ordinanza comunale di rimozione.
Il punto di partenza è la serata inaugurale nel cortile di palazzo dei Priori. Sul palco Cruciani presenta il libro Libertà. Tra il pubblico c’è anche la sindaca Chiara Frontini.
Raimo ricostruisce l’intervento del conduttore radiofonico sul caso delle escort reclutate per calciatori di serie A. Cruciani, scrive il giornalista, ha liquidato la vicenda chiedendo “dove sta il problema se ci sono agenzie che reclutano, tra virgolette, una ventina di ragazze più o meno belle?”.
Il giornalista riporta poi un’altra frase pronunciata durante l’incontro: “Quelle ragazze non costrette sono loro a andare a cercare quella situazione”. Subito dopo sottolinea il comportamento della prima cittadina: “Lei non ha detto nulla, non ha preso le distanze”.
Non si tratterebbe, secondo Raimo, di un episodio isolato. La serata viene descritta come una “presuntamente ironica normalizzazione dei discorsi razzisti, omofobi, di maschilismo tossico”, accompagnata dalla consueta polemica contro il politicamente corretto.
La contraddizione diventa ancora più evidente osservando ciò che avviene fuori dal festival. In piazzale Gramsci, ricorda Raimo, resta esposto lo striscione sulla “remigrazione”, collocato da un comitato legato all’area dell’estrema destra. Il comune ne ha ordinato la rimozione, ma il manifesto è ancora lì.
Da qui la fotografia impietosa tracciata dal giornalista: “Questa è la fotografia di Viterbo nell’estate 2026: un’amministrazione che finanzia con 50mila euro, annunciati dal vicesindaco prima ancora del voto in consiglio, in assestamento di bilancio, con un aumento del 43 per cento in un anno, un festival che apre con l’irrisione delle vittime di un sistema di sfruttamento, mentre non riesce, o non vuole davvero, far rimuovere il manifesto di un progetto di deportazione etnica ribattezzato con un infame eufemismo”.
La critica non si ferma alla collocazione politica dell’ospite. Raimo precisa che sarebbe sbagliato ridurre Ombre a una semplice operazione di destra. Il problema, nella sua analisi, è l’intero sistema culturale costruito attorno alla rassegna.
Il giornalista ricorda la centralità della polizia e della sicurezza nell’impianto del festival e osserva che Ombre nasce da un progetto nel quale sono coinvolti appartenenti alla polizia di stato. La questione non è la presenza delle forze dell’ordine, ma il modo in cui il passato e la legalità vengono trasformati in dispositivi celebrativi.
“La critica del passato sembra dispositivo di assoluzione del presente”, scrive Raimo. Il festival mette al centro il valore della legalità e attribuisce una forte centralità culturale alla polizia italiana, ma nello stesso tempo permette che sul palco si ironizzi sulle vittime di un reato. Sottolinea il giornalista.
Il giornalista ricorda anche la partecipazione di Roberto Vannacci all’edizione 2024, nonostante l’appello di undici associazioni del territorio, da Arcigay alla Casa delle donne, che avevano parlato del rischio di legittimare narrazioni xenofobe e razziste.
La questione economica diventa quindi, nell’articolo di Domani, una questione democratica. “Cinquantamila euro sono metà del budget di Ombre e una fetta enorme della spesa culturale di una città media”, scrive Raimo.
E aggiunge: “Ombre di fatto diventa il festival che si mangia tutti i possibili altri, e spenderli così significa decidere che la cultura pubblica è un salotto di pedagogia nera, mentre fuori uno striscione neofascista sfida impunito un’ordinanza comunale”.
La formula scelta dal giornalista colpisce al cuore l’intera operazione. Non una semplice rassegna sbilanciata, ma un modello culturale sostenuto con risorse pubbliche, attraverso il quale viene trasmessa una precisa visione politica e sociale.
Raimo contesta anche l’uso selettivo della parola legalità: “Significa che la legalità – parola totem del festival – vale per i barbieri del centro (tutti extracomunitari e tutti chiusi per ‘irregolarità’, con grande risalto mediatico, la sindaca in prima fila, nelle ultime settimane), ma non per la Fortezza di piazzale Gramsci, non di fatto per chi vorrebbe deportare gli stranieri”.
La stroncatura investe anche le ambizioni culturali di Viterbo, candidata a capitale europea della cultura per il 2033. Raimo parla di “mistificazioni” e di scelte discutibili.
La prima riguarda Pier Paolo Pasolini, scelto come figura simbolica e ridotto, secondo il giornalista, a un santino: “Scegliere di usare vessillo Pasolini (il suo motto ‘Io so ma non ho le prove’) per farne un santino, usando la sua capacità di abitare le contraddizioni per mistificare totalmente il senso delle sue battaglie”.
La seconda critica riguarda la composizione del programma. Raimo conta 58 uomini contro 19 donne tra gli ospiti e osserva che presentatrici e intervistatrici sono invece più numerose dei colleghi uomini.
La serata-tipo di Ombre, scrive, diventa così “un uomo che parla del suo libro e una donna che gli porge le domande”.
Anche la distribuzione degli argomenti segue, secondo Raimo, uno schema stereotipato: “Alle ospiti donne, con poche eccezioni, toccano i romanzi famigliari, sentimentali, la rinascita, la cura; agli uomini la sicurezza, le mafie, le banche, la giustizia, il potere”.
Infine San Francesco. Anche qui la critica è durissima. Raimo accusa il festival di dedicare la rassegna al santo e di “strumentalizzarlo in ogni modo possibile, senza riconoscere il suo valore di uomo di pace”.
L’articolo di Domani restituisce l’immagine di una città che finanzia un festival presentato come culturale, ma trasformato in uno strumento di propaganda politica e di pedagogia di estrema destra. Trasformato in una passerella elettorale.
Una figura di merda nazionale. Costata ai cittadini 50mila euro. Chissà cosa pensa di questa bella figura l’assessore alla Cultura, Alfonso Antoniozzi, che in quattro anni non ha prodotto mezza idea credibile. Mezza idea di cultura politica. Solo cultura inutilmente celebrativa. E ora anche cultura trasformata in passerella elettorale. Forse è ora di aprire un dibattito serio sulla politica culturale della giunta Frontini, visti i risultati.

