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Il primo schiaffo il giorno delle nozze: “Ero ancora vestita da sposa”

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Viterbo – (sil.co.) – La prima volta che il marito le ha dato uno schiaffo, è stato il giorno del matrimonio, celebrato nel 2014. “Eravamo in camera ed ero ancora vestita da sposa, l’ho schivato buttandomi sul letto”. Pochi mesi dopo è finita in ospedale con il naso rotto. Dopo l’allontanamento, se lo è ripreso in casa. 


Violenza - immagine di repertorio

Violenza – immagine di repertorio


Presunta vittima di maltrattamenti in famiglia, aggravati dalla presenza del figlioletto della coppia, un’infermiera 49enne, ancora sposata con un 59enne, la quale, lo scorso settembre, dopo numerose denunce sporte e ritirate, ha chiesto aiuto a un centro antiviolenza e il 2 ottobre lo ha denunciato, Agli atti, tre foto dei lividi scattate dall’operatrice.

L’uomo è stato allontanato e gli è stato imposto il divieto di dimora nel centro dove viveva con la famiglia. Ma la donna ha rimesso nuovamente la querela e se lo è ripreso a casa.

“Viviamo da separati sotto lo stesso tetto, lui dorme in un’altra camera. Ma è un ottimo padre per nostro figlio. sicuramente meglio della babysitter che non posso permettermi. Ora sto comprando una casa vicino alla nostra per trasferirmi lì, ma voglio che restiamo vicini per il bambino. Io lavoro tanto, faccio anche i turni di notte, mentre lui è disoccupato e quindi può occuparsi della sua crescita. Mio marito è un ottimo padre e grazie a lui nostro figlio è davvero un bravo bambino”, ha detto. 

Il difensore Vincenzo Dionisi, alla luce della testimonianza, ha chiesto la revoca delle misure cautelari, venute meno di fatto lo scorso gennaio, per volontà della 49enne, dopo appena quattro mesi di lontananza forzata.

Ciononostante la donna ha dovuto ripercorrere oltre dieci anni costellati di insulti, botte e minacce  davanti al collegio presieduto dal giudice Savina Poli, raccontando gli episodi che l’hanno spinta alla denuncia. Un’escalation di aggressività che non si sarebbe fermata nemmeno di fronte all’ammonimento ufficiale emesso dal questore di Viterbo nel dicembre del 2019.

A novembre del 2014 la donna sarebbe stata colpita violentemente al volto, riportando la frattura del naso, lesione documentata dai certificati medici. Nel 2017, quando era incinta, le percosse sarebbero proseguite sul corpo e sulle gambe, lasciandole vistosi ematomi. A novembre 2019 sarebbe stata picchiata mentre  stringeva tra le braccia il figlio di pochi mesi. 

Nel 2025 la situazione sarebbe precipitata, con due brutali aggressioni. La prima a giugno e poi il 30 settembre dell’anno scorso, quando il marito, per futili motivi,  avrebbe stretto le mani attorno al collo della moglie fino quasi a farle perdere i sensi, per poi scaraventarla a terra afferrandola per un braccio.

La posizione dell’imputato è pesantemente aggravata da due fattori chiave contestati dagli inquirenti: l’aver commesso i fatti ai danni di una donna in stato di gravidanza e l’aver agito alla presenza costante del figlio minore della coppia, nato all’inizio del 2018. I reati si considerano commessi in un arco temporale compreso tra il 2014 e il 3 ottobre 2025, data in cui si è interrotta la striscia di condotte violente. Le indagini si sono avvalse di un solido impianto probatorio documentale, comprensivo di referti medici e fotografie delle lesioni subite dalla persona offesa.

“È un bravo padre e da gennaio non mi ha più toccata, né insultata. La denuncia è servita a fargli cambiare atteggiamento nei miei confronti”, ha ribadito, dopo avere ridimensionato le accuse che lo hanno condotto in tribunale. Il processo riprenderà a settembre.


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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