Viterbo – “Volevano e vogliono farmi fuori dalla guida di Report…”. Una vita, quella di Sigfrido Ranucci, trascorsa sul filo del rasoio, passando da un’inchiesta all’altra mentre intorno aumentano pressioni, minacce, querele e tentativi di delegittimazione. È la storia professionale e personale che il conduttore di Report ha raccontato lunedì sera al Teatro romano di Ferento, dove ha portato in scena Diario di un trapezista – Cronache di resilienza di un reporter, nell’ambito del Ferento teatro festival 2026.
Ranucci non ha affrontato direttamente la recente vicenda della frequentazione con Valter Lavitola. Ne ha pronunciato il nome una sola volta, incidentalmente, ricordando che Fabrizio Cicchitto aveva lavorato all’Avanti quando il quotidiano era diretto da Lavitola.
Sigfrido Ranucci
Dopo avere visto lo spettacolo, però, anche questo caso sembra inserirsi nella lunga serie di tentativi di delegittimazione raccontati da Ranucci, attraverso dossier falsi, lettere anonime, interrogazioni parlamentari, querele e campagne mediatiche che, secondo la sua ricostruzione, avrebbero avuto l’obiettivo di screditarlo e allontanarlo dalla guida di Report.
Il filo conduttore dello spettacolo è il valore della scelta.
“Parleremo della scelta che hanno fatto i giornalisti uccisi perché avevano deciso di raccontare i rapporti tra la politica e la criminalità organizzata, i conflitti e il terrorismo”, ha esordito Ranucci.
Una scelta condivisa anche dai magistrati che hanno pagato con la vita la ricerca della verità. “Non c’è giustizia senza verità”, ha sottolineato il giornalista.
Sigfrido Ranucci al Teatro romano di Ferento
Uno degli incontri decisivi della sua carriera è stato quello con Roberto Morrione, già vicedirettore del Tg3, fondatore e direttore di RaiNews24.
“Roberto Morrione è stato il mio maestro – ha ricordato Ranucci –. È stato lui a sdoganarmi come giornalista d’inchiesta”.
Un direttore capace di difendere il lavoro della propria redazione anche davanti ai poteri più forti.
Fu Morrione a sostenere l’inchiesta sull’impiego del fosforo bianco durante i bombardamenti statunitensi su Fallujah, in Iraq. Il lavoro, realizzato per RaiNews24 con Maurizio Torrealta, ottenne una vasta eco internazionale, mentre gran parte dell’informazione italiana inizialmente esitò a riprenderlo.
“Nessun telegiornale aveva il coraggio di anticipare questa notizia, tanto meno i telegiornali Rai. Nessun grande giornale – ha raccontato Ranucci –. Con Roberto Morrione decidemmo allora di anticiparla alla stampa straniera. Il giorno dopo titolarono in tutto il mondo e la stampa italiana fu costretta a occuparsene”.
Sigfrido Ranucci
Il giornalista ha ricordato anche il suo arrivo a New York dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.
“Vidi delle cose che non riuscirò mai più a dimenticare nella mia vita”, ha detto Ranucci, rievocando il cratere ancora fumante di Ground zero e i resti delle vittime.
“Gli odori, per chi fa televisione, sono un elemento di frustrazione, perché non riesci a trasportarli nelle immagini – ha aggiunto –. Ma sono quelli che più ti entrano nell’anima”.
Nel racconto è riemersa anche l’inchiesta sul crac Parmalat e sul patrimonio artistico di Calisto Tanzi. Ranucci ha spiegato di essersi trovato davanti a due possibilità: realizzare uno scoop internazionale oppure consegnare le informazioni alla Guardia di finanza per tentare di recuperare i quadri e restituirne il valore agli azionisti danneggiati.
“Avevo davanti due scelte: tenermi la notizia e fare lo scoop internazionale oppure andare a denunciare tutto, perché c’era la possibilità di recuperare quei quadri e restituirli alla collettività – ha raccontato –. Scelsi la seconda strada”.
Le opere furono ritrovate e successivamente vendute, consentendo di recuperare decine di milioni di euro destinati ai risparmiatori coinvolti nel dissesto.
Sigfrido Ranucci
“Nella vita ci sono uomini che hanno un prezzo e altri che hanno un valore”, ha osservato Ranucci.
Ampio spazio è stato dedicato al caso dell’inchiesta sull’allora sindaco di Verona Flavio Tosi. Il giornalista ha ricordato le registrazioni effettuate a sua insaputa, l’accusa di avere costruito un dossier falso e le numerose querele ricevute prima e dopo la trasmissione del servizio.
“Prima ancora di andare in onda avevo sulle spalle cinque querele – ha spiegato Ranucci –. Dopo la trasmissione me ne arrivarono altre quattordici: diciannove querele per un’inchiesta di pochi minuti. Sono stato archiviato da tutte”.
Fu uno dei momenti più difficili della sua carriera. Ranucci ha raccontato che, mentre si trovava in un albergo a Verona e i telegiornali rilanciavano le accuse contro di lui, pensò anche di gettarsi dalla finestra.
“In quel momento venni attraversato dal pensiero di buttarmi di sotto – ha raccontato –. A fermarmi fu la telefonata di mio figlio. Fui costretto a recuperare lucidità per spiegargli che cosa stava accadendo”.
Il conduttore di Report ha poi ricostruito una telefonata ricevuta nel luglio 2020 dalla produttrice televisiva Simona Ercolani. Nel colloquio, riprodotto durante lo spettacolo, Ercolani lo avvertiva: “Vogliono smerdarvi perché vi vogliono ammazzare”.
Ranucci ha collegato quelle parole alle vicende successive: dossier contenenti documenti falsi, una lettera anonima con accuse di carattere sessuale e professionale, un audit interno durato mesi e iniziative parlamentari che, secondo la sua ricostruzione, avrebbero avuto lo scopo di compromettere la sua credibilità e preparare la sostituzione alla guida del programma.
“C’era un progetto per sostituirmi – ha affermato Ranucci –. Ex collaboratori di Report si erano uniti a politici che volevano farmi fuori. Si erano mossi come elefanti in una cristalleria e avevano lasciato tracce ovunque”.
Tra le inchieste ricordate anche quella sull’incontro avvenuto il 23 dicembre 2020, nell’area di servizio di Fiano Romano, tra l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi e l’allora dirigente dei servizi segreti Marco Mancini.
Le immagini furono scattate casualmente da un’insegnante di sostegno che si era fermata all’autogrill insieme ai genitori. Dopo la messa in onda del servizio, ha raccontato Ranucci, riemersero dossier e accuse che cercavano di attribuirgli rapporti con servizi segreti stranieri.
“Prima dissero che ero un uomo dei servizi segreti cinesi – ha ricordato –. Poi, quando dimostrammo che non poteva essere vero, dissero che ero un uomo dei servizi russi. Pochi giorni dopo il ministro degli Esteri russo mi definì un nemico del Cremlino”.
A fare argine ai tentativi di colpire lui e la trasmissione sarebbero stati, secondo Ranucci, l’allora amministratore delegato della Rai Carlo Fuortes e Franco Di Mare.
Il metodo per resistere era quello insegnatogli da Roberto Morrione: la “teoria del trapezista”.
“Quando pensi di essere diventato l’obiettivo di qualcuno, fai come il trapezista: salta in avanti sull’altro trapezio – spiegava Morrione, secondo il racconto di Ranucci –. Fai un’inchiesta ancora più importante. Sarà più complicato colpirti”.
Da RaiNews24 a Report, da Fallujah alla Parmalat, dalle indagini sulla criminalità organizzata a quelle sui rapporti tra politica, finanza e potere economico, Ranucci ha ricostruito una carriera nella quale il giornalismo non è soltanto un mestiere, ma una responsabilità verso la collettività.
“Le scelte che facciamo dimostrano quello che siamo veramente, molto più delle nostre capacità”, ha concluso Ranucci.
Una responsabilità che impone di continuare a saltare verso il trapezio successivo anche quando sotto non sembra esserci più una rete.
Carlo Galeotti



