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Viterbo – Un prete come pensi che debba essere un prete. Con la chiesa aperta la mattina presto, il sorriso senza confidenza eccessiva, la parola buona senza retorica. Un prete capace di ascoltare prima di parlare, di esserci senza occupare la scena. Don Ivo Bruni era così.
Oggi, alle 16, la città lo saluterà nella chiesa di Sant’Angelo in Spatha, in piazza del Comune. A presiedere i funerali sarà il vescovo Orazio Francesco Piazza. Per cinquantun anni quella chiesa è stata la sua casa e, per generazioni di viterbesi, Sant’Angelo in Spatha è stato semplicemente don Ivo.
Non era necessario prendere appuntamento per incontrarlo. Bastava passare. La mattina, intorno alle 7,30, lo si trovava ad aprire la porta della chiesa. Poi venivano le messe, gli impegni, gli uffici della Curia, le persone da ricevere. Eppure aveva sempre il tempo per un saluto, una battuta, una parola detta senza fretta. Era il prete come lo immagini: sobrio, disponibile, rassicurante.
Nato a Viterbo il 24 agosto 1939, era entrato in seminario a dodici anni. Dopo la formazione al seminario regionale Santa Maria della Quercia fu ordinato sacerdote il 28 giugno 1964. Non aveva mai smesso di studiare: alla Pontificia università Lateranense si laureò in teologia dogmatica e conseguì il diploma in teologia pastorale.
Era una cultura profonda, la sua, mai esibita. Anche per questo sapeva parlare a tutti. Aveva cominciato il ministero da vicario parrocchiale proprio a Sant’Angelo in Spatha. Dopo gli anni a San Sisto, vi era tornato nel 1971 come parroco, rimanendovi fino al 2022. Anche dopo le dimissioni per raggiunti limiti di età aveva scelto di restare come vicario parrocchiale, senza mai interrompere quel legame.
Ci sono poi gli incarichi: per vent’anni vicario foraneo della forania di Viterbo, direttore dell’ufficio diocesano di pastorale familiare, cancelliere vescovile dal 2007 al 2023 e poi vicecancelliere. Aveva accompagnato le Acli, anche a livello nazionale, e altre associazioni laicali. Ma sono i titoli di una biografia. Per comprendere don Ivo bisogna tornare a quella chiesa, a quella porta aperta, alla sua capacità di fare sentire accolto chiunque entrasse.
Ricordo una serata nella sua chiesa, quando fece venire a Viterbo fratel Carlo Carretto. Non un ospite qualunque: un gigante del cattolicesimo italiano del Novecento, già presidente nazionale della Gioventù italiana di Azione cattolica, poi Piccolo fratello del Vangelo e voce tra le più limpide della ricerca religiosa dopo il Concilio. L’autore di “Lettere dal deserto”, capace di parlare di Dio anche a chi dalla Chiesa si era allontanato. Quel gesto racconta il modo di intendere la fede di don Ivo: radicata, certo, ma aperta alla ricerca, alla riflessione, al confronto.
Non aveva bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare. La sua autorevolezza era tutta nella misura, nella discrezione, nella capacità di esserci. Nella gentilezza. Il prete come pensi che debba essere un prete. E che, proprio per questo, Viterbo non potrà dimenticare.
Carlo Galeotti
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