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Viterbo – In una precedente vita sono stato studioso di scritture murali. Da quelle degli ultras calcistici e dei movimenti extraparlamentari degli anni ’70-’80 – su-su a ritroso – fino alle epigrafi di regime realizzate sui muri di tutta Italia ai tempi del fascio. Studioso appassionato, confesso, e pure piuttosto bravo.
Se non altro per merito di quel gran maestro della paleografia del ‘900, e intellettuale finissimo, che con pazienza m’insegnò a “leggerle”, in senso antropologico culturale, quali reperti esemplari e affascinanti cascami di riti identitari e miti ideologici di gruppi-masse: Armando Petrucci.
Per meglio interpretare (e anche criticare, sia chiaro) senza troppi pregiudizi il sistematico uso pubblico che della scrittura seppe-volle fare il fascismo al potere, Petrucci faceva leva su due concetti chiave, due semplicissime (ma implicatissime) nozioni: da una parte egli parlava di “scritture esposte”, in quanto scritture destinate, più o meno cubitalmente, a una lettura plurima (corale) cioè di massa; dall’altra invece, con la formula di “scritture d’apparato”, il paleografo si riferiva all’aura di particolare solennità-sacralità di cui il potere investiva tali scritture in quanto mirati veicoli di consenso emozionale.
Personalmente, mi sono a lungo occupato (per l’ultima volta accadeva all’alba dei 2000) di una particolare categoria fra tali scritture di propaganda, la cui memoria formulaica riverberava ancora potente nella memoria orale e nell’immaginario popolare delle comunità rurali dell’alto Lazio: quei motti mussoliniani, “velinati” direttamente dal ministero competente agli organi periferici del partito unico e del governo locale (sempre più convergenti e sovrapponibili nel corso del ventennio) e dipinti-epigrafati un po’ ovunque: lungo le strade principali e le ferrovie, all’ingresso di paesi e città, sulla fronte e negli atrii dei palazzi pubblici.
Muri in camicia nera inequivocabilmente mirati a una inedita pedagogia di cose: contribuire alla edificazione del cosiddetto “Italiano Nuovo”. Nella triste e incattivita autobiografia di questo infelice-fazioso-turbolento Paese, il destino di tali scritte porterà in scena i sintomi di una nevrosi da rimozione: all’indomani del 25 luglio infatti, la ferocia iconoclasta di un Paese in ginocchio, esasperato da morti, fame e macerie, avrebbe scalpellato via i fasci dalle cornici, le M realizzate in calce alle scritte, avrebbe sbiaccato con una mano d’intonaco il trionfalismo infausto di quegli slogan.
Ma proprio quei rettangoli, pur così mutili e vuoti, nei decenni si sarebbero rivelati indistruttibili (come il ventre di questo irrisolto Paese), tornando ciclicamente a riaffiorare, testimoniando della fretta e della cattiva coscienza di un’Italia che aveva avuto troppa furia di cancellare. A volte, si sa, i passati scomodi ritornano.
Così, mentre le M a mo’ firma e i fasci scalpellati via insistevano a urlare con la potenza ironico-espressionista di un negativo fotografico, gli agenti atmosferici fecero il resto, portando a riaffiorare, qua e là, secondo l’occasione, nei decenni, per progressive trasparenze, quei motti di gloria suicida e cartongesso. Non suoni come provocazione: queste modeste riflessioni a margine di scrittura e potere potrebbero illuminarci, tanto sull’ascesa al potere e sulla genuina popolarità di un Berlusconi quanto sulla retorica e i consensi social e di piazza di un Vannacci.
In un Paese, val la pena ribadirlo, governato oggi da una Giorgia Meloni e una classe dirigente che con l’eredità fascista non ha mai davvero voluto fare i conti fino in fondo.
Questo, direi, l’orizzonte generale di senso entro cui ricomprendere e interpretare il pasticciaccio brutto della scritta “Casa del Balilla” arbitrariamente ricreata sulla facciata di un liceo intitolato al partigiano martire della Resistenza Mariano Buratti. Qualcuno potrebbe obiettare come “Casa del Balilla” non sia propriamente uno slogan politico. Eppure, tale formula parla fin troppo chiaro: essa sottende infatti un’idea di “Italiano” da forgiare quale cittadino-suddito-adepto di uno stato totalitario.
Chi pensa di poterla derubricare come politicamente “neutra”, dunque storicizzabile al pari di una tavoletta cuneiforme sumera, di un’incisione rupestre etrusca o di una lapide romana, par proprio non aver letto né meditato le ancora attuali pagine di un Renzo De Felice (studioso liberal moderato, certo non tacciabile di estremismi sinistrorsi) dedicate al consenso per Benito Mussolini e per il suo regime né quelle, ormai memorabili, di uno studioso del calibro di Emilio Gentile sul fascismo come esperimento totalitario, sul convergere dello stato-partito e sul suo leader carismatico come sistema complesso di liturgie politico-religiose.
Male, molto male: diciamo 5 meno-meno. Se poi la firma è addirittura quella di personaggi delle istituzioni: 4 secco, senza appello a settembre.
Peggio mi sento, inoltre, a leggere certi elogi spicciamente decurtati in agiografia a proposito del ras carrarino Renato Ricci. Siamo laici, certamente, dunque non portiamo l’anello al naso né la sveglia al collo. Ma ancora a De Felice dobbiamo una prudenza analitica nel sempre dover-voler distinguere il fascismo in (almeno) due fasi: regime poi, ovviamente, ma movimento prima.
E chi brandisce pubblicamente in modo tanto maldestro (e, a tratti, offensivo per gli insegnanti) il nome di quel Ricci, sembra “dimenticare” come esso richiami alla mente l’insanguinata estate del ’21, la marcia squadrista su Sarzana, condotta da Arrigo Dumini (di lì a qualche anno sicario di Giacomo Matteotti), e i lutti che ne conseguirono.
La storia va resa sempre nella sua complessità. Ripescare arbitrariamente quella scritta, voglio dire, non è stata proprio una genialata: il suo ripristino porta con sé ancora troppi fantasmi, che andrebbero sciolti altrove e per altre vie.
Io suggerirei perciò: ristendiamole sopra un nuovo strato d’intonaco, così da potersene restare là sotto buona-buona, disponibile per paleografi e antropologi del futuro, ma per l’intanto senza fare danni. Amen.
Antonello Ricci

