- Viterbo News – Viterbo Notizie – Tusciaweb – Tuscia News – Newspaper online Viterbo – Quotidiano on line – Italia Notizie – Roma Notizie – Milano Notizie – Tuscia web - https://www.tusciaweb.eu -

“Una ferita che si rinnova: la Torre di Chia e la memoria calpestata di Pier Paolo Pasolini…”

Condividi la notizia:


La torre di Chia

La torre di Chia

Pier Paolo Pasolini e sullo sfondo la torre di Chia

Pier Paolo Pasolini e sullo sfondo la torre di Chia

Soriano nel Cimino – Riceviamo e pubblichiamo – C’è una violenza che non si ferma con la morte, che sopravvive ai corpi e attraversa i decenni, accanendosi contro i luoghi che hanno custodito l’anima di un poeta. La vicenda della Torre di Chia non è soltanto una controversia giuridica tra privati e enti locali: è l’ennesimo oltraggio consumato ai danni di Pier Paolo Pasolini, un’aggressione morale che colpisce la sua memoria e il suo spirito libero, trascinandolo ancora una volta nel fango di una polemica meschina e burocratica.

Negli anni Sessanta, Pasolini scelse la Torre di Chia — arroccata nella Tuscia, immersa in un paesaggio aspro, arcaico e sacrale — come proprio rifugio e residenza dello spirito. Era il suo “luogo della salvezza”, uno spazio di isolamento e creazione lontano dal frastuono e dalla corruzione del mondo moderno.
 
In quel silenzio aspro e arcaico della Tuscia, Pier Paolo Pasolini aveva scelto di denudarsi davanti all’obiettivo di Dino Pedriali. Non fu una provocazione gratuita, ma un atto di estrema nudità interiore, una confessione laica e corporale consegnata a quel paesaggio primordiale.
 
Tra le pietre della Torre di Chia, mentre prendevano forma le pagine monumentali e disperate di Petrolio, Pasolini non cercava i “ragazzi di vita” delle periferie romane, né la mondanità che pure lo inseguiva. Quella torre era il suo eremo, uno spazio incontaminato e sacro, un rifugio di solitudine e preghiera laica dove la sua anima poteva sottrarsi al rumore del mondo e dove i suoi versi trovavano respiro. Lì, nel cuore della terra che aveva scelto, la sua poesia si faceva carne.
 
Dopo la sua tragica e brutale scomparsa, quel luogo simbolo è rimasto per anni in uno stato di colpevole abbandono, esposto alle ingiurie del tempo e all’indifferenza collettiva. A restituire dignità alla torre è stato un privato, che con un impegno economico notevole, un profondo rispetto filologico e un’autentica dedizione culturale ha affrontato un restauro complesso. Un’opera di salvaguardia compiuta alla luce del sole, nel pieno rispetto delle regole, ottenendo tutte le autorizzazioni necessarie dagli enti preposti, compreso il parere favorevole della Soprintendenza e il nulla osta ufficiale che attestava l’assenza di usi civici sul bene. Non un sopruso, ma un atto di mecenatismo privato che ha trasformato un rudere abbandonato in una dimora viva, finalmente aperta alle visite del pubblico e restituita alla fruizione della comunità.
 
Oggi, a distanza di anni, l’irruzione dell’Università Agraria che rivendica la natura pubblica e collettiva del terreno su cui sorge in complesso e agitando lo spettro degli usi civici ha aperto un contenzioso civile contro i legittimi proprietari inaccettabile. Al di là dei codici, delle carte bollate e dei cavilli giuridici, ciò che emerge è l’ingiustizia profonda di un’azione che sembra voler punire chi ha avuto il coraggio di prendersi cura della bellezza.
 
Mettere in discussione questo recupero significa colpire la memoria di chi ha abitato quei luoghi. Ancora una volta, si tenta di dipingere la storia di Pasolini attraverso la lente deformante dell’abuso e dell’irregolarità, gettando ombre infondate su un bene che è ormai patrimonio ideale della cultura italiana ed europea.
 
Il vero scandalo non è amministrativo, ma etico e civile. Accusare, anche solo indirettamente attraverso la gestione del suo antico rifugio, di abusi o irregolarità edilizie equivale a compiere un nuovo atto di violenza simbolica su un uomo che è stato barbaramente assassinato. È un modo per colpirlo ancora, negandogli persino la pace postuma.
 
L’Italia dimostra, ancora una volta, di non saper custodire e onorare i suoi intellettuali più grandi. Invece di celebrare Chia come un luogo sacro della letteratura del Novecento, un santuario laico della poesia e del pensiero critico, la macchina burocratica e gli interessi locali scelgono la via della contesa, dell’ostilità e della gogna mediatica.
 
Introdursi oggi nella vita privata di Pasolini, a decenni di distanza, con azioni che ne profanano la memoria e ne sminuiscono l’eredità morale, è il sintomo di un Paese smarrito, incapace di riconoscere i propri maestri.
 
La Torre di Chia non deve essere il terreno di una contesa cieca, ma il simbolo di ciò che Pasolini ha amato e difeso: la bellezza della terra, la memoria storica e la libertà di pensiero. Infangare questo luogo significa continuare a colpire il cuore ferito della cultura italiana.
 
È la stessa burocrazia cieca e sorda che si accanisce contro il suo ricordo, lo stesso meccanismo freddo e insensibile che a distanza di decenni non ha mai saputo — o voluto — rendere giustizia a un assassinio barbaro, incapace di dare un nome ai mandanti di Stato di quel delitto. Una giustizia che non brilla nel fare luce sui veri abissi della storia italiana, ma che si mobilita con accanimento burocratico per colpire chi ha custodito, curato e restituito alla luce un luogo della memoria pasoliniana.
 
Attaccare la Torre di Chia, trascinarla in dispute meschine e in cavilli sugli usi civici, significa replicare quel pregiudizio borghese che Pasolini ha combattuto per tutta la vita. È l’ennesimo tentativo di sporcare la sua memoria, di processare la sua eredità spirituale e di profanare il tempio laico in cui un grande poeta ha custodito fino all’ultimo la parte più autentica e indifesa di sé.
 
Lillo Di Mauro
Ufficiale al merito della repubblica italiana, poeta e scrittore
 

Condividi la notizia: