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Viterbo – Giù le mani da don Milani.
Lo scrivevo quasi vent’anni fa. Tocca ripeterlo davanti all’operazione messa in piedi a Vagli di Sotto.
Una brutta statua di don Milani, di pessima fattura. Una frase anticomunista attribuita a Lorenzo Milani. E ora Fiamma Tricolore che organizza per il 23 agosto la benedizione del monumento, affidandola al viterbese Filippo Ortenzi, nato a Marta, metropolita della Chiesa ortodossa italiana.
Manca soltanto la banda.
Sulla targa è stata attribuita a don Milani questa frase: “Il comunismo è la mediazione e l’organizzazione politica di ogni male, al fine di consentire a una classe dirigente parassitaria e brutale la gestione di ogni forma di potere sulle spalle degli ultimi”.
Da dove viene?
Non dagli scritti lasciati da don Milani.
Il monumento a don Milani sulla riva del lago di Vagli
A riferirla è Alessandro Mazzerelli, un frequentatore del priore, che sostiene di averla annotata durante i suoi incontri con lui. Non risulta un testo autografo di don Milani che la contenga.
E c’è un altro problema.
Quella frase non somiglia neppure un poco a don Milani.
Non solo nel pensiero. Anche nello stile.
Chi abbia letto qualche pagina del priore riconosce una scrittura fondata essenzialmente sulla paratassi. Frasi brevi. Coordinate. Concrete. Martellanti. Poca ipotassi e pochissime costruzioni astratte.
La frase della targa procede invece attraverso costruzioni come “mediazione e organizzazione politica di ogni male”, “al fine di consentire” e “la gestione di ogni forma di potere”.
Sembra la prosa di un politologo mediocre.
Non quella di don Milani.
Ho dedicato anni ai suoi testi. Ho curato L’obbedienza non è più una virtù e gli altri scritti pubblici, La ricreazione è finita e, con Maria Laura Ognibene, Don Milani. Ideario.
Proprio Maria Laura Ognibene e io aprivamo quell’Ideario con un invito: “Giù le mani da don Milani!”.
Non era e non è una difesa agiografica. Don Milani può essere criticato. Anche nei suoi dogmatismi, nelle sue contraddizioni, nei suoi errori. Ma prima bisogna leggerlo.
E leggere i testi.
Michele Ranchetti, mio caro amico e uno degli intellettuali che più profondamente hanno letto il cattolicesimo italiano del Novecento, ci ha insegnato a vedere in don Milani innanzitutto un profeta.
Non uno che predice il futuro.
Un profeta nel senso biblico. Un uomo che parla consapevolmente con la parola profetica. Una parola che giudica il presente, che inquieta, che contraddice, che non può coincidere stabilmente con il vincitore, con il potere, con un partito o con un’istituzione.
Per questo arruolare don Milani è culturalmente insensato.
Un profeta non si iscrive post mortem a un partito.
Semmai sta da una parte: quella dei poveri.
E anche quando sta con loro conserva fino in fondo la libertà del profeta.
Lo aveva scritto già nel 1950 nella straordinaria Lettera a Pipetta, indirizzata a un giovane comunista di San Donato.
Don Milani gli scrive: “Hai ragione, sì, hai ragione, tra te e i ricchi sarai sempre te povero ad aver ragione”.
E subito dopo aggiunge: “Anche quando avrai il torto di impugnare le armi ti darò ragione”.
Ma è proprio quando Pipetta e i poveri avranno conquistato il potere che il prete gli annuncia il proprio tradimento. Don Milani scrive: “Ma il giorno che avremo sfondata insieme la cancellata di qualche parco, installata insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordatene Pipetta, non ti fidar di me, quel giorno io ti tradirò”.
E gli spiega anche dove andrà: “Io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso”, scrive ancora don Milani nella Lettera a Pipetta.
È tutto qui.
Sta con il povero quando è oppresso. Ma non diventa il cappellano del nuovo potere quando il povero vince.
Questa è la parola profetica.
Ed è proprio ciò che rende impossibile trasformare don Milani in un uomo di partito.
Basta poi leggere L’obbedienza non è più una virtù.
Il fascismo aveva fatto di credere, obbedire, combattere, il motto mussoliniano poi imposto alla Gioventù italiana del littorio, uno dei cardini della propria pedagogia totalitaria. Don Milani scriveva esattamente il contrario.
Nella Lettera ai giudici don Milani scrive: “Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni”.
E nello stesso passo aggiunge che non devono credere di potersi fare scudo dell’obbedienza davanti agli uomini o davanti a Dio e che devono sentirsi “ognuno l’unico responsabile di tutto”.
Non era teoria.
Don Milani era finito sotto processo proprio dopo aver preso le difese degli obiettori di coscienza attaccati dai cappellani militari toscani.
E sulla patria aveva scritto parole ancora più difficili da conciliare con qualsiasi tentativo di annessione nazionalista.
Nella Lettera ai cappellani militari don Milani scrive: “Non discuterò qui l’idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri”.
Quanto al comunismo, don Milani non era comunista. Ma arrivò anche a decidere di votare Pci. In una lettera all’amico Gian Carlo Melli scrisse con il suo consueto linguaggio poco clericale: “Avevo proprio deciso di votare Pci ma ora lo piglia in culo”. Altro che l’anticomunismo marmoreo che oggi gli si vuole cucire addosso. E non occorre inventare una frase per dimostrarlo.
In Esperienze pastorali don Milani scrive: “Il comunismo porta con sé i fondamentali errori ideologici che tutti sappiamo, ma porta, come ogni altra cosa, anche un fondo di verità e di generosità per esempio la preoccupazione del prossimo, l’amore per l’oppresso eccetera”.
Questo è don Milani.
Non quello costruito a partire da una frase di cui non risulta un autografo e trasformato in figurina per una cerimonia di Fiamma Tricolore.
Poi c’è Lettera a una professoressa.
La vera bomba culturale.
I ragazzi della scuola di Barbiana scrivono: “Perché non c’è nulla che sia ingiusto quanto far le parti uguali tra disuguali”.
E ancora: “È solo la lingua che fa eguali”, scrivono i ragazzi di Barbiana.
Sempre in Lettera a una professoressa spiegano: “Per esempio ho imparato che il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”.
È la rivoluzione culturale di Barbiana.
Dare la parola ai poveri perché possano capire, parlare, discutere, scegliere, organizzarsi, contestare.
Non sudditi. Cittadini.
La destra degli anni Sessanta, almeno, aveva capito che don Milani non poteva essere arruolato. Pier Francesco Pingitore sullo Specchio lo definiva “prete rosso” e lo attaccava ferocemente. Ne scrissi molti anni fa.
Sbagliavano quasi tutto.
Ma almeno non cercavano di farlo diventare uno di loro.
Oggi abbiamo invece una brutta statua, una frase che non risulta dagli scritti lasciati dal priore, Fiamma Tricolore e una benedizione ortodossa per un prete cattolico.
Ma l’errore più grande è un altro.
Pensare che si possa mettere un profeta sotto una bandiera.
Don Milani aveva una regola semplice per scrivere: eliminare tutto quello che non serve.
Facciamolo anche noi. Restano quattro parole.
Giù le mani da don Milani.
Carlo Galeotti

