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“La politica senza contraddittorio è ancora democrazia o una deriva autoritaria?”

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Viterbo – Riceviamo pubblichiamo – Gentile direttore Carlo Galeotti, prendo spunto dal suo articolo pubblicato su Tusciaweb dal titolo “Antoniozzi, il silenzio arrogante di chi non si degna di rispondere ai cittadini”, per assumere quello che ormai è un conclamato vezzo politico a livello nazionale e locale di sfuggire al contraddittorio con la stampa e sia in via mediata sia diretta con i cittadini.

No decisioni a senso unico - Comitato spontaneo via della Pila - Massimo Cinesi

Comitato spontaneo via della Pila – Massimo Cinesi


Eppure una volta qualsiasi eletto partecipava a pubblici dibattiti, concedeva conferenze stampa e teneva comizi con il rischio, più volte avvenuto, di essere aspramente contestato, ma questo faceva parte del Dna della politica e della necessità di confrontarsi.

Oggi viceversa si preferiscono i social, le comunicazioni unilaterali registrate, in cui si possono affrontare i temi e proporre le argomentazioni più comode, ritenendo di dare una migliore immagine di sé stessi, “dandosi sempre ragione” con una deriva esclusivamente autoreferenziale.



Ecco chi governa la città


Come sa il comitato di via della Pila, che si batte contro l’attuale pista ciclabile, aveva trasmesso all’amministrazione Frontini una petizione supportata dalla firma di tanti cittadini in cui, tra l’altro, venivano formulate 10 semplici domande tese a meglio capire, seppur a posteriori, la ragione dell’opera effettuata e comunque come momento di interlocuzione direi serena e costruttiva. Ovviamente nessuno si è proposto per dare un’indicazione del pensiero dell’amministrazione, facendo cadere nel nulla le richieste, snobbandole dall’alto di una non ben chiara superiorità.

A questo punto, gentile direttore, sono io a permettermi di farle una domanda. Questo modo di fare politica, priva di contraddittorio, se non quello benevolo, è una evoluzione dei dibattiti e delle tribune con la stampa che si tenevano negli anni passati, e come tale pur sempre una forma di democrazia, oppure è una deriva mal celata di autoritarismo che tende a considerare i cittadini, e quindi la stampa quale espressione di libertà, dei meri sudditi che devono sottostare alle decisioni senza alcuna possibilità, non solo di incidere su queste, ma nemmeno di conoscerne le ragioni? Auspico che almeno lei, che ha una visione della politica più ampia della mia, voglia darmi una risposta.

La ringrazio anticipatamente.

Massimo Cinesi


Egregio Massimo Cinesi,

la risposta alla sua domanda, per quanto mi riguarda, è semplice. Una politica che rifiuta il contraddittorio perde una parte essenziale non solo della democrazia, ma anche dello stato di diritto.

La democrazia non è votare ogni cinque anni e poi consegnare agli eletti il diritto di fare ciò che vogliono senza spiegare nulla. E lo stato di diritto significa che chi esercita il potere deve renderne conto, deve accettare il controllo e spiegare le proprie decisioni. Cittadini, giornalisti, comitati e opposizioni devono poter chiedere conto di ciò che viene fatto in loro nome e con i loro soldi.

Una volta i politici partecipavano ai dibattiti, tenevano comizi, affrontavano conferenze stampa vere sapendo di poter essere contestati. Oggi troppo spesso si preferiscono i social: il politico sceglie l’argomento, si fa la domanda, si dà la risposta, pubblica il video e alla fine ha sempre ragione.

È esattamente ciò che, a mio avviso, accade troppo spesso con l’amministrazione Frontini. Anche se va detto che ormai anche sui social, Chiara Frontini, ogni giorno viene aspramente criticata nella gran parte dei commenti. Vista l’incompetenza e ignavia con cui sta sgovernando la città ormai a pezzi.

Non rispondere alle dieci domande dei cittadini sulla vicenda di via della Pila è una scelta politica. Come lo è quella dell’assessore Alfonso Antoniozzi di ignorare le domande sul festival Ombre.

Non rispondere è già una risposta. Significa ritenere che quelle domande non meritino attenzione e che l’amministratore non abbia il dovere di spiegare le proprie decisioni.

Ed è qui che nasce quella sensazione di arroganza e supponenza che lei descrive.

Tanto più che la sindaca Chiara Frontini percepisce quasi 10mila euro lordi al mese, pagati dai cittadini. La sensazione è che si sia rovesciato il rapporto tra amministratori e amministrati: non la sindaca al servizio dei cittadini, ma i cittadini al servizio della sindaca.

Giancarlo Gabbianelli, Chiara Frontini e Raffaele Strocchia

Giancarlo Gabbianelli, Chiara Frontini e Raffaele Strocchia


Non parlerei con leggerezza di autoritarismo nel senso storico del termine. Ma certamente vedo una concezione proprietaria del potere incompatibile con lo spirito dello stato di diritto: abbiamo vinto le elezioni, dunque decidiamo noi e non dobbiamo rendere conto a nessuno.

No.

Avete vinto le elezioni e proprio per questo dovete rendere conto a tutti. Anche a chi non vi ha votato. Anche a chi vi contesta. Anche a chi fa domande che non vi piacciono.

Un sindaco o un assessore non fanno un favore ai cittadini quando rispondono. Fanno semplicemente il loro mestiere. Il potere pubblico non appartiene a chi temporaneamente lo esercita.

E qui arriviamo all’altro problema: la stampa.

Ormai appare chiaro che ci sono “giornalisti” che hanno abdicato alla loro funzione di controllo. Ci sono “giornalisti” che davanti al potere fanno soltanto le domande gradite, quelle che non disturbano e non mettono in difficoltà.

Certo, c’è ancora chi continua a fare domande. E continuerà a farle.


Ecco chi governa la città


Basta ricordare l’incontro del festival Ombre nel quale è stata lanciata la ricandidatura della sindaca Chiara Frontini. Sul palco c’erano Frontini e Giancarlo Gabbianelli e la domanda più insidiosa del “giornalista” è stata: “Preferite il kebab o l’hot dog da Gigi?”.

Davanti, però, aveva due sindaci con alle spalle vicende giudiziarie a dir poco inquietanti sul piano politico.

Chiara Frontini è imputata con il marito Fabio Cavini per minaccia aggravata in concorso nel processo nato dalla cosiddetta “cena dei veleni”.

Giancarlo Gabbianelli fu a suo tempo imputato nel processo Cev. Tra le contestazioni figurava anche l’associazione per delinquere. Dopo avere rinunciato alla prescrizione e chiesto di arrivare a sentenza, nel 2018 revocò la rinuncia e accettò la prescrizione. In precedenza si era dimesso da sindaco. Cosa più unica che rara a Viterbo.

Una domandina sulla “cena dei veleni” si poteva fare?

Una domandina sul Cev si poteva fare?

Una domandina sulle dimissioni di Gabbianelli si poteva fare?

Invece kebab o hot dog. 

Questo è il punto. Una stampa che rinuncia a fare domande per non disturbare il potere non fa più informazione. Fa altro. E una politica che accetta soltanto una stampa accomodante, amica, servizievole e in ginocchio, finisce inevitabilmente per considerare il contraddittorio un fastidio invece che un elemento essenziale della democrazia e dello stato di diritto.

Per questo continueremo a fare domande. Anche quando non rispondono.

Anzi, soprattutto quando non rispondono.

Carlo Galeotti


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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