Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Fin dall’inizio della polemica che riguarda la sede del liceo Buratti, un elemento ha suscitato diverse perplessità, ovvero l’assenza di dibattito sulle scelte relative al restauro dell’iscrizione e, indirettamente, sul significato che queste scelte avranno per i cittadini viterbesi, per la comunità studentesca, per i visitatori della città.
Liceo classico Mariano Buratti – L’edificio il giorno dell’inaugurazione, il 5 maggio del 1937, alla presenza di Renato Ricci fondatore dell’Opera nazionale Balilla – Nel riquadro Margherita Eichberg
Quindi esporrò le mie considerazioni e qualche domanda, nella speranza di contribuire a fare chiarezza sulle scelte teoriche e metodologiche del restauro dell’iscrizione e sulla scelta di riportarla alla luce.
La soprintendenza afferma che è stata adottata la teoria del “palinsesto”, che, in estrema sintesi, prevede la conservazione della stratificazione temporale, il valore delle aggiunte, la riconoscibilità.
Quindi, per farmi capire meglio da chi legge, farò riferimento alla “Teoria del restauro” di Cesare Brandi, nel cui testo l’autore definisce due principi guida: l’istanza storica, ovvero la considerazione dell’opera come prodotto del fare umano in un certo tempo e in un certo luogo, di cui rispetta tutte le alterazioni, le aggiunte, i passaggi storici subiti; e l’istanza estetica, che considera l’opera per il suo valore artistico e la sua bellezza visiva.
Afferma Brandi: “Il restauro deve mirare al ristabilimento della unità potenziale dell’opera d’arte, purché ciò sia possibile senza commettere un falso artistico o un falso storico, e senza cancellare ogni traccia del passaggio dell’opera d’arte nel tempo”.
Il liceo classico Mariano Buratti con la scritta originaria Gioventù italiana del Littorio
In definitiva, la conservazione dipende dall’equilibrio tra valore artistico e storico.
Mi chiedo allora: l’iscrizione è quindi anche componente indispensabile dell’artisticità? Oppure ricrearla integralmente, seppur “detonalizzata”, potrebbe invece configurare un apocrifo che nessuna attenuazione cromatica può giustificare?
Come afferma Cesare Brandi: “L’adagio nostalgico come era, dove era, è la negazione del principio stesso del restauro, è un’offesa alla storia e un oltraggio all’estetica, ponendo il tempo reversibile e l’opera d’arte riproducibile a volontà”.
Quanto al significato storico, civile e pedagogico della riesumazione di tale iscrizione, citerò la storica Elisa Guida: “… restaurare non significa semplicemente riportare alla luce. Significa anche scegliere che cosa rendere nuovamente visibile, con quale evidenza, in quale contesto e con quale significato”.
Liceo classico Mariano Buratti – L’edificio con la scritta Opera Balilla
E, forse più importante trattandosi di un edificio scolastico, vorrei che le autorità competenti avessero bene a mente lo spirito e le finalità del Testo unico della scuola (D.Lgs. 297/1994), senza limitarsi alla lettera dell’articolato.
Quel testo, infatti, ha dato avvio ai processi di democratizzazione della scuola attraverso la creazione degli organi collegiali e la partecipazione degli studenti e delle famiglie ai processi decisionali.
Dal decreto traspare che la scuola pubblica ha come fine costituzionale lo sviluppo della personalità degli studenti in un ambiente democratico, pluralista e libero; che ha l’obbligo di trasmettere e rispettare i principi e lo spirito della Carta costituzionale antifascista, il dovere di tutelare la libertà di coscienza degli alunni in un luogo privo di condizionamenti ideologici o celebrativi di regimi totalitari e, infine, di evitare che la finalità educativa della comunità scolastica entri in contrasto con l’identità stessa dell’istituto.
A mio parere, permettere la preminenza visiva di un marchio del regime fascista confligge in modo insanabile con la missione stessa di educazione alla democrazia e alla legalità prevista dalla normativa del 1994.
Senza dimenticare che, se noi ricostruissimo la cronologia, il “palinsesto”, dell’edificio di cui parliamo, potremmo scoprire che, per le informazioni in mio possesso, l’edificazione ebbe inizio nel 1930-1931, dal 1934 si pose mano all’ampliamento e al completamento, nell’aprile 1935 avvenne l’inaugurazione ufficiale con il nome di “Casa del Balilla” e nel 1937, infine, divenne sede della Gil.
Caduto il regime, la struttura perde le funzioni legate all’indottrinamento. Tra il 1948 e il 1955 la sua grande palestra interna viene riutilizzata come arena sportiva cittadina. Per un periodo l’edificio ospita anche gli uffici della pretura e della polizia municipale.
Dal 1952 il palazzo viene ufficialmente assegnato al liceo classico cittadino. La delibera ufficiale dell’intitolazione al professore e partigiano risale però al 1947, anno in cui la figura del martire della Resistenza venne ufficialmente legata alla scuola. Nel 1964 avviene il consolidamento amministrativo, ma il legame nominale dura già da circa 17 anni.
L’edificio è da allora la sede centrale del liceo classico e poi anche linguistico.
Quindi quell’edificio è stato per 10 anni ufficialmente sede di istituzioni legate al partito e poi allo Stato fascista, dopodiché dal 1947 ha accolto altro. E per quasi 70 anni è stato intitolato, con due diversi provvedimenti, a Mariano Buratti.
Nel dibattito pubblico che giustamente si è sviluppato abbiamo forse dimenticato proprio questa cronologia fondamentale e il fatto, credo incontestabile, che l’assenza della scritta è parte integrante della storia dell’edificio e la sua cancellazione nel dopoguerra un atto consapevole.
Quindi quale “storia” si vuole riportare in vita? Qual è il reale valore storico-documentale dell’iscrizione? Davvero l’edificio smarrisce la sua identità architettonica e storica se la scritta scompare? Quale facciata va mostrata, quella dell’inaugurazione senza iscrizioni, fonte Istoreco, le successive o quella del dopoguerra?
Come se la volontà della comunità viterbese, che ne ha voluto e imposto l’oscuramento, non fosse storia al pari delle altre.
La sua cancellazione nel dopoguerra va considerata invece l’atto storico intenzionale di una comunità che ha rifondato i propri valori morali e politici, e la sua copertura come l’ultimo strato del palinsesto.
Io credo, con qualche ragione, che quando un segno storico genera un conflitto insanabile con la funzione attuale dell’edificio, ogni teoria del restauro renda possibile che l’iscrizione possa e debba essere “protetta a livello fisico” e tuttavia “archiviata a livello visivo”.
Rifletto anche che, nel sistema giuridico italiano, la Costituzione prevale sempre su qualsiasi legge ordinaria, inclusi sia il Testo unico della scuola (D.Lgs. 297/1994) che il Codice dei beni culturali (D.Lgs. 42/2004).
Tuttavia, i giuristi e i tribunali non applicano quasi mai la cancellazione automatica di una norma a favore dell’altra, ma operano il cosiddetto bilanciamento dei valori costituzionali.
In questo caso, da una parte la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione anima le leggi Scelba (1952) e Mancino (1993), che puniscono determinate condotte riconducibili all’apologia del fascismo e alla propaganda o istigazione fondate sulla discriminazione. Dall’altra, la stessa Costituzione, all’articolo 9, impone alla Repubblica di tutelare il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
Questo include anche le architetture e i palinsesti murari del Ventennio, considerati non come “celebrazione attuale”, ma come documento storico materiale.
Liceo classico Mariano Buratti – Dietro i teloni dell’impalcatura si intravede la scritta rifatta “Casa del Balilla”
Il Codice dei beni culturali impone cioè la conservazione di ciò che esiste e che si è stratificato nel tempo.
Se l’iscrizione non era presente all’atto dell’inaugurazione ed è stata poi rimossa, il suo “ripristino visivo” non dovrebbe essere tutelato dall’articolo 9 perché non si sta conservando il monumento così come è giunto a noi, ma attuando una scelta arbitraria di “ri-progettazione ideologica” del passato, scegliendo arbitrariamente una delle pagine del palinsesto.
Infatti, nel momento in cui il restauro cessasse di essere puramente conservativo creando un apocrifo, verrebbe meno la giustificazione della pura tutela documentale e l’esibizione visiva preminente di marchi di propaganda fascista, “Casa del Balilla” e Gil, entrerebbe in rotta di collisione con la funzione educativa e civile dell’istituto scolastico.
Tuttavia esistono alternative tecniche pienamente consolidate del restauro moderno che avrebbero potuto evitare ogni polemica.
La soprintendenza aveva e ha il potere e la legittimità teorica e metodologica di percorrere la via del minimo intervento e della reversibilità, ovvero scegliere la cosiddetta “conservazione sacrificale”, che consiste nel mappare l’iscrizione sotto le vernici, consolidare la pietra originaria per impedirne il degrado fisico, applicare uno strato protettivo neutro, reversibile, e poi ricoprire visivamente il tutto con la tinteggiatura coerente con l’uso attuale dell’edificio, il liceo.
In questo modo il documento storico viene salvato e protetto per il futuro, ma non viene esposto alla vista.
E nel contempo si potrebbe dare vita alla “musealizzazione” dell’edificio per raccontarne il palinsesto attraverso un pannello posto all’ingresso della scuola, ricco di immagini e ben documentato, che spieghi la storia dell’edificio mostrando le foto d’epoca e contestualizzando criticamente il ruolo delle associazioni fasciste, la storia dell’Opera nazionale balilla e della Gioventù italiana del littorio.
Lo spirito della Costituzione e la tutela del patrimonio non dovrebbero essere in contrasto se si usasse il metodo della “conservazione fisica ma non visiva”.
Imporre la preminenza ottica di un marchio totalitario su una scuola della Repubblica non è un obbligo di legge o un dogma del restauro, ma una scelta metodologica, a mio giudizio, errata e profondamente decontestualizzata.
Carlo Venturi
Ex docente del liceo Buratti



