Civita Castellana – (sil.co) – In carcere il pusher della “droga parlata”. Nessuno sconto per un 64enne di origine marocchina, cui la corte di cassazione ha confermato lo scorso 29 maggio la custodia cautelare in carcere con l’accusa di traffico e spaccio di stupefacenti nella piazza di Civita Castellana.
Civita Castellana – I carabinieri
I giudici della quarta sezione penale hanno dichiarato inammissibile il ricorso dell’indagato, la cui vicenda processuale si è ribaltata nel giro di pochi mesi. Nell’agosto 2025, il giudice per le indagini preliminari di Roma aveva respinto la richiesta di arresto della procura. Lo scorso febbraio, il tribunale del riesame di Roma ga accolto l’appello del pubblico ministero, disponendone la custodia in carcere.
Il 29 maggio la cassazione ha confermato definitivamente il provvedimento del riesame, rigettando il ricorso della difesa basato sulla cosiddetta “droga parlata” e il “ne bis in idem”, sostenendo che l’indagato fosse già sotto la lente della giustizia in un altro filone d’indagine del 2020. Un procedimento parallelo che però, secondo gli ermellini, avrebbe riguardato soggetti diversi e periodi temporali differenti.
Il riferimento alla “droga parlata” – ovvero intercettazioni telefoniche e ambientali prive di riscontri gìfisiic – sarebbe invece relativo, sempre secondo la difesa, alla presenza del tutto casuale e saltuaria del 64enne nei pressi del bar di Civita Castellana gestito dalla figlia.
I giudici di piazza Cavour non hanno però condiviso la lettura della difesa. Dietro alle accuse non ci sarebbero solo “chiacchiere al telefono”, ma elementi investigativi ben più solidi. A partire dai riconoscimenti fotografici, da parte di numerosi acquirenti che hanno identificato l’indagato come il loro fornitore di fiducia.
Le conversazioni intercettate avrebbero inoltre trovato riscontro in arresti in flagranza e sequestri reali di cocaina, portando a una organizzazione strutturata, con ampie risorse e diversi luoghi di spaccio sul territorio.
Nonostante la difesa abbia sostenuto che il clan fosse ormai smantellato dopo gli arresti dei vertici nell’estate del 2024, la cassazione ha ricordato che per i reati di associazione finalizzata al traffico di droga vige la presunzione di pericolosità sociale.
A pesare sul destino del 64enne sono stati anche i suoi precedenti penali e, soprattutto, i suoi stretti legami con uno degli elemento di vertice del sodalizio, che continuava a gestire gli affari illeciti nonostante si trovasse agli arresti domiciliari. Un dettaglio che, secondo i giudici, dimostra l’elevata determinazione a delinquere del gruppo e giustifica la massima misura restrittiva.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
