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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Le parole di Paolo Bianchini – nipote di Mariano Buratti, fucilato a Forte Bravetta nel 1944 – meritano attenzione. Ha dichiarato di essere pronto perfino a incatenarsi davanti al liceo intitolato allo zio per protestare contro il ripristino della scritta “Casa del Balilla”.
Le sue parole e il dibattito che si è aperto a Viterbo intorno a questa vicenda riportano a un interrogativo di fondo: quale narrazione pubblica accompagna la scelta di restituire visibilità a quella scritta? Non è una domanda marginale, né riguarda solamente il restauro di un edificio. Riguarda il modo in cui una comunità decide di rappresentare il proprio passato e trasmetterne la memoria alle generazioni successive.
Lo spazio pubblico non è mai neutro. Non lo è la toponomastica, non lo è l’intitolazione di una scuola, non lo sono i monumenti e non lo sono le parole incise sulle facciate degli edifici. Ogni intervento che restituisce visibilità a un simbolo del passato attribuisce inevitabilmente a quel simbolo un nuovo significato nel presente.
Per questo il ripristino della scritta “Casa del Balilla” non può essere considerato esclusivamente un intervento di restauro, che certamente ha il compito di conservare le tracce storiche di un edificio. Ma restaurare non significa semplicemente riportare alla luce. Significa anche scegliere che cosa rendere nuovamente visibile, con quale evidenza, in quale contesto e con quale significato.
Una scritta che il tempo aveva progressivamente cancellato non torna a essere leggibile da sola. È il risultato di una decisione. E ogni decisione che interviene sullo spazio pubblico produce inevitabilmente un messaggio nel presente.
La Casa del Balilla non era un edificio qualunque. Era parte integrante del progetto educativo del regime fascista. Attraverso l’Opera nazionale Balilla il fascismo intendeva inquadrare l’infanzia e la gioventù, educarle al culto del regime, alla disciplina, all’obbedienza e alla subordinazione dell’individuo allo Stato.
Era parte di un sistema più ampio nel quale architettura, simboli, rituali e organizzazioni giovanili concorrevano a costruire il consenso e a formare il nuovo uomo fascista.
Per questo motivo il ripristino di quella scritta non può essere interpretato soltanto come il recupero di un elemento architettonico. Si tratta della restituzione alla visibilità pubblica di un simbolo del fascismo. Ma i simboli, da soli, non educano alla storia. È il loro significato a dover essere spiegato, discusso e contestualizzato.
Chi ritiene che quella scritta non debba essere riproposta sulla facciata di una scuola non chiede di cancellare il passato. Il passato continuerà a essere studiato negli archivi, nelle biblioteche, nei musei e nelle aule scolastiche.
La questione è un’altra. La domanda è se ogni simbolo storico debba necessariamente tornare a occupare lo spazio pubblico che gli è stato assegnato dal sistema che lo ha prodotto.
Restituire visibilità alla denominazione “Casa del Balilla” significa compiere una precisa scelta culturale, tanto più perché riguarda un edificio che ospita una scuola. Non uno spazio qualunque, ma il luogo deputato, oggi, alla formazione di cittadini liberi e consapevoli.
Elisa Guida
Storica e insegnante
Membro del consiglio direttivo di Aned Roma e socia fondatrice dell’associazione Arte in Memoria
