Viterbo – Una fornace lunga oltre nove metri e larga più di quattro e un pozzo pieno di ceramiche di epoca romana, da quelle più comuni usate nella vita quotidiana a quelle più pregiate da tavola: olle, tegami, coperchi, piccoli boccali e anfore, oltre a una coppa marchiata e a un piatto decorato con maschere raffiguranti i Sileni, figure mitologiche legate al dio Dioniso.
Rinaldone – Piatto decorato con maschere sileniche
Alle spalle del Poggino di oggi, quasi duemila anni fa, c’era già un luogo nel quale si lavorava e si produceva. Quelle descritte, infatti, sono alcune delle testimonianze emerse dagli scavi in località Rinaldone.
Anche questa scoperta, come quelle della necropoli del Casalaccio, delle tombe e delle capanne di Pian di Giorgio e della villa romana di Vallebona a Bomarzo, è avvenuta durante le indagini archeologiche preventive legate alla realizzazione di impianti fotovoltaici nella Tuscia. In questo caso si tratta di un progetto esteso per circa 71 ettari, entrato da poco in funzione.
Rinaldone – Il pozzo
Le ricerche sul terreno sono iniziate nel 2021 con una serie di trincee esplorative. Le prime evidenze archeologiche hanno portato ad ampliare progressivamente l’area di scavo, fino a interessare circa 5500 metri quadrati. Sono così venuti alla luce due ambienti e diverse strutture ricavate direttamente nella roccia: pozzi, cisterne, fornaci e vasche.
Tra le strutture più imponenti c’è la fornace, lunga 9,30 metri e larga 4,20, della quale si è conservata soltanto la parte inferiore. Al centro dell’area è stata individuata anche una piccola vasca che, secondo gli archeologi della soprintendenza, potrebbe essere servita per la “decantazione o depurazione di materiale”, probabilmente in relazione con una cisterna profonda 1,80 metri.
Rinaldone – La fornace
La storia dell’area sembra poi essere stata segnata da un incendio. Tracce di bruciato e materiali provenienti dai crolli sono stati trovati anche all’interno di uno dei pozzi riportati alla luce dagli archeologi. Profondo 1,70 metri e con forma a fiasco, il pozzo era stato colmato con materiali provenienti dalle strutture vicine e conteneva numerose ceramiche. Gli elementi rinvenuti hanno portato la soprintendenza a ipotizzare che l’incendio abbia danneggiato il complesso, prima di una successiva riorganizzazione degli spazi.
“L’analisi preliminare del materiale ceramico rinvenuto all’interno del pozzo ha evidenziato la presenza di ceramica comune, di ceramica fine da mensa e anfore da trasporto collocabili cronologicamente alla prima età imperiale”, spiega la relazione della soprintendenza. Molti dei reperti sono databili tra il I e il II secolo dopo Cristo. Tra quelli di uso più comune, scrivono gli archeologi, “sono attestate pentole (caccabi), olle con orlo superiormente piatto o estroflesso, tegami con orlo arrotondato e coperchi con presa cilindrica e corpo troncoconico”.
Rinaldone – Un’anfora
Più elaborate le ceramiche fini. Nel pozzo sono stati trovati “boccalini con orlo estroflesso con decorazione ‘a scaglie di pigna” e altri con corpo “ovoide o piriforme”. A questi si aggiungono due pezzi in sigillata italica: una coppa con un bollo recante le lettere L.V.H. e un piatto “decorato con maschere sileniche ad applique sulla parete esterna”, entrambi databili tra il I e il II secolo dopo Cristo. “Tra le anfore sono presenti alcuni esemplari di produzione tardo punica del I sec. d.C.”, si legge nella documentazione.
Rinaldone – Recipiente in ceramica
Nel complesso, i dati portano la soprintendenza a ritenere che l’area del Rinaldone, almeno in una fase della sua storia, sia riconducibile a un “ambito produttivo di età romana”. La frequentazione sarebbe poi continuata, almeno sporadicamente, fino al V secolo dopo Cristo.




