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Viterbo – (sil.co.) – Piazzare un registratore nell’auto della ex e passare ripetutamente sotto la sua abitazione non costituiscono il reato di atti persecutori se il fine ultimo è la tutela delle figlie. Si è chiuso così il lungo calvario giudiziario di un ex investigatore privato, assolto con formula piena dal giudice Jacopo Rocchi dall’accusa di stalking ai danni dell’ex consorte.
La decisione giunge al termine di una complessa vicenda nata da una separazione fortemente conflittuale, contrassegnata negli anni da querele incrociate e successivi ritiri delle denunce. A sollecitare il proscioglimento dell’imputato è stato lo stesso pubblico ministero, il quale ha accolto la ricostruzione dei fatti sostenuta fin dall’inizio dalla difesa.
Gli appostamenti e le microspie non sarebbero serviti a molestare o sorvegliare la presunta vittima, bensì a monitorare le frequentazioni e la sicurezza delle due figlie minorenni.
Determinate ai fini della decisione è risultata la testimonianza di una delle ragazze. In aula, la giovane ha confermato che l’attività dell’ex detective era mossa esclusivamente dall’ansia paterna di evitare che la prole finisse in contesti pericolosi.
Durante la discussione finale, l’avvocato difensore Marco Russo ha ripercorso i numerosi fascicoli processuali scaturiti dalla rottura della coppia, ribadendo come ogni azione dell’assistito fosse priva dell’intento persecutorio richiesto dalla norma penale.
Tesi integralmente accolta dal giudice Rocchi, che ha emesso una sentenza di assoluzione con formula piena.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
