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Viterbo – (sil.co.) – Operazione “Iride”, tra i 41 boss detenuti al 41 bis a Mammagialla che sono stati trasferiti nel carcere cagliaritano di Uta in Sardegna c’è anche Giovanni Di Giacomo,
Nato 72 anni fa a Palermo, in regime di carcere duro da oltre trenta anni, condannato all’ergastolo per due omicidi risalenti agli anni Ottanta e per mafia. Affiliato giovanissimo al clan di Porta Nuova, Giovanni Di Giacomo si legò a figure chiave come Totò Riina e Pippo Calò durante la seconda guerra di mafia.
È emerso in diverse inchieste per aver continuato a dare ordini e pianificare omicidi dal carcere, in particolare indirizzando il fratello Giuseppe (poi assassinato) nella gestione del clan.
Noto per i suoi numerosi ricorsi in cassazione, mentre era detenuto a Viterbo ha chiesto lo stop alla censura automatica sulla corrispondenza, una macchina da scrivere, uno sconto di pena per il pulsante del water guasto nonché il permesso di uscire in giardino durante i colloqui coi familiari. Nel 2023 invece, a proposito dell’ergastolo ostativo, Di Giacomo scrisse al magistrato di sorveglianza di Viterbo per poter accedere al suicidio assistito.
Tra i detenuti nella sezione di massima sicurezza del carcere Nicandro Izzo di Viterbo, anche lui trasferito in Sardegna, il boss mafioso Salvatore Madonia, oggi settantenne, condannato a più ergastoli per associazione mafiosa, omicidio, traffico di armi, spaccio di droga ed estorsione, al 41-bis da ben 34 anni, dal 1992.
Anche Madonia si è distinto per i numerosi ricorsi in cassazione, contro le presunte condizioni di vita inaccettabili nel carcere di Viterbo, contestando via via di non avere biancheria pulita, luce a sufficienza, privacy, possibilità di studiare oppure di non poter tenere la televisione accesa durante la notte, nonché per la censura alla corrispondenza. Nel 2008 Madonia, all’epoca detenuto nel supercarcere dell’Aquila, aveva ottenuto dalla cassazione il via libera alla procreazione assistita dopo che gli era stata negata la possibilità di mettere il seme in provetta.
Conosciuto come “Salvino” o “Salvuccio”, nato a Palermo il 16 agosto del 1956, è figlio dello storico boss di Cosa Nostra Francesco Madonia, condannato all’ergastolo nel processo “Borsellino ter”. Quando il padre finì in carcere, nell’87, Salvatore cominciò a rappresentarlo nella commissione provinciale di Cosa Nostra.
Il 29 agosto 1991 fu lui ad uccidere Libero Grassi, l’imprenditore tessile di Palermo che non voleva pagare il pizzo e aveva denunciato la mafia con una lettera aperta sul Giornale di Sicilia e in tv da Michele Santoro.
Il 23 maggio del 1992, lo stesso giorno dell’attentato a Falcone, si sposò nel carcere dell’Ucciardone con Mariangela Di Trapani, figlia di don Ciccio Di Trapani che controllava proprio la zona di Capaci. Alcuni ipotizzano che l’uccisione del magistrato fosse stata un vero e proprio omaggio nuziale, il giorno della strage il Giornale di Sicilia ricevette infatti una telefonata anonima: “è un regalo di nozze per Salvino”.
Nel 2012 è stato anche imputato e poi condannato all’ergastolo come mandante della strage di via D’Amelio dove morì il magistrato Paolo Borsellino, con l’aggravante della finalità terroristica per aver ricattato lo Stato. Le dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza gli sono costate anche l’imputazione per la strage di Capaci, per cui è stato colpito da ordinanza di custodia cautelare il 16 aprile 2013.
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