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Viterbo – (sil.co.) – Dichiarato irreperibile, ma sarebbe stato invece facilmente rintracciabile. Lo hanno cercato solo a Orte, mentre era a Roma.
Per questo è stata annullata dalla cassazione, con rinvio al tribunale di Viterbo, l’ordinanza emessa il 30 novembre 2020 dal tribunale di via Falcone e Borsellino nei confronti di un 48enne romeno, disponendo un nuovo giudizio davanti al giudice dell’esecuzione in diversa composizione.
La vicenda trae origine da due distinte condanne riportate dall’uomo presso la sezione distaccata di Civita Castellana del tribunale di Viterbo, quando era residente a Orte. La prima risale al 2008, quando il 48enne fu condannato a 6 mesi di reclusione con concessione della sospensione condizionale della pena. La seconda condanna rusale invece al 2012, a due anni di reclusione, anch’essa con concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena.
Nel 2019 il pubblico ministero ha però sollecitato la revoca della condizionale concessa con la prima sentenza. Il tribunale di Viterbo, pur respingendo la richiesta del pm, ha comunque deciso d’ufficio di revocare il beneficio legato alla seconda condanna, ritenendo che il cumulo delle pene superasse i limiti di legge.
Il procedimento si è tuttavia svolto in assenza dell’interessato. A febbraio 2020 il giudice viterbese ha emesso un decreto di irreperibilità a carico dell’imputato romeno, notificando tutti gli atti successivi e la decisione finale unicamente al difensore d’ufficio.
Nel 2025, infine, a seguito dell’arresto dell’uomo in esecuzione dell’ordine di carcerazione della procura generale di Roma, la difesa — curata dall’avvocato Rosario Maletta — ha promosso incidente di esecuzione. Ottenuta la rimessione in termini dalla corte d’appello di Roma, il legale ha impugnato il provvedimento dinanzi alla suprema corte, sostenendo la nullità del decreto di irreperibilità.
Le ricerche dei carabinieri si sarebbero infatti limitate a un solo controllo nel comune di Orte. Dalla consultazione delle banche dati delle forze di polizia sarebbe invece emerso che l’uomo aveva avuto il proprio domicilio a Roma, luogo in cui tra il 2015 e il 2016 aveva persino scontato la misura cautelare degli arresti domiciliari ed era stato sottoposto a numerosi controlli.
Accogliendo il ricorso e conformandosi alle richieste del sostituto procuratore generale Ettore Pedicini, la cassazione, lo scorso 10 luglio, ha ribadito che il decreto di irreperibilità richiede ricerche effettive e non mere formalità.
I giudici di legittimità hanno stabilito che l’omesso controllo presso il domicilio romano — ampiamente noto e tracciato nei sistemi informatici delle forze dell’ordine — rende incomplete le ricerche, con conseguente nullità della notifica al difensore d’ufficio e dell’intera ordinanza di revoca.
Gli atti tornano ora al tribunale di Viterbo per un nuovo esame, mentre restano assorbite le ulteriori doglianze difensive relative all’estinzione della pena per prescrizione.
