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La costituzionalista Giovanna Montella: “Casa del Balilla sul Buratti, uno sfregio visivo della memoria”

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Viterbo – “Casa del Balilla sul Buratti, uno sfregio visivo della memoria”, la costituzionalista Giovanna Montella all’incontro all’incontro sulla scritta ricreata sulla facciata del liceo classico Mariano Buratti tenutosi al Cedido.

La sala della provincia non era disponibile fino alla fine di settembre. Ma il pubblico era così numeroso da non entrare neppure nella sala trovata all’ultimo momento: in piedi, fuori dalla porta, ad ascoltare il dibattito che le istituzioni non avevano ospitato.

Viterbo - Giovanna Montella, Agnese Bertolotti, Carlo Galeotti, Umberto Laurenti e Carlo Venturi

 

Viterbo – Giovanna Montella, Agnese Bertolotti, Carlo Galeotti, Umberto Laurenti e Carlo Venturi


L’incontro “Quali politiche della memoria nella nostra repubblica?”, organizzato da Anpi, Articolo 3, Centro studi europei e internazionali, Fondazione Gualtiero Sarti e Istoreco, si è svolto al Cedido, il centro diocesano di documentazione di piazza San Lorenzo. La sala non è bastata a contenere tutti i presenti.

Ha introdotto e moderato Carlo Galeotti, direttore di TusciaWeb, il giornalista che per primo ha portato alla luce il caso della scritta sul liceo Mariano Buratti.

Carlo Galeotti

Carlo Galeotti


“Questa vicenda è una cartina di tornasole di quello che sta succedendo – ha detto Galeotti in apertura –. Cose che prima non si potevano dire, adesso sono tutte dicibili e fattibili”. A segnalare la scritta alla redazione sono stati i lettori, ma con timore. “La gente ha paura di questa destra, di questi amministratori, anche locali. Una cosa inimmaginabile dieci, vent’anni fa”.

La storia comincia con una segnalazione e un muro coperto dai teloni. Galeotti va sul posto, scatta le fotografie e le ingrandisce: dall’immagine compare la scritta. Poi la ricerca d’archivio.

Dalle testimonianze emerse durante il dibattito risultano tre fasi documentate della facciata. L’edificio di via Tommaso Carletti viene inaugurato il 5 maggio 1937 senza scritte. Subito dopo compare “Opera nazionale Balilla”, ma dura appena alcuni mesi, sostituita da “Gioventù italiana del Littorio” con lo scioglimento per decreto dell’Onb nel novembre 1937. Diventa poi “Gioventù italiana”, senza il littorio, fino al 1975. Da allora nessuna scritta. Nella vita quotidiana dei viterbesi, per decenni, l’edificio è stato semplicemente il palazzo ex Gil.

Punto dirimente, sul quale tutti i relatori hanno convenuto: della specifica scritta “Casa del Balilla” non esiste, ad oggi, una fotografia d’epoca. La sua presenza sotto l’intonaco è confermata soltanto dalla dichiarazione del restauratore.

“L’abbiamo ricostruito in cinque minuti noi, dentro una redazione – ha detto Galeotti –. Non è normale. Dovrebbe farlo chi esegue l’intervento, e in particolare la soprintendenza”.

La tesi è netta: “La scritta che stanno mettendo è un artefatto. Non hanno scrostato il muro trovando qualcosa di intatto. È frutto di una scelta, politica, culturale, chiamatela come volete, ma è una scelta. E la scelta della soprintendente Margherita Eichberg è grave, assolutamente grave. Non c’è nessuno studio diacronico sulla facciata e non c’è nessuna documentazione dal punto di vista grafico”.

Durante la serata Carlo Venturi, architetto ed ex insegnante del liceo, ha chiesto se fossero stati richiesti gli atti del restauratore. Una rappresentante dell’Anpi ha risposto che la richiesta è stata presentata, ma che gli atti specifici non sono ancora pervenuti.

“L’architetto Santini, responsabile del procedimento per la provincia – ha fatto sapere il presidente della sezione Anpi di Viterbo Paolo Henrici De Angelis, in una nota pervenuta durante il dibattito –, ha intanto informato che le lavorazioni sulla scritta sono ancora in corso: la soprintendenza ha richiesto nuovi documenti tecnici. Sarà redatta una relazione specialistica”.

Agnese Bertolotti

Agnese Bertolotti


Agnese Bertolotti, storica di Istoreco, ha portato all’attenzione della platea alcuni documenti dell’Archivio di Stato di Viterbo, fondo Comune, busta 262. Il progetto dell’ingegnere Enrico Rispoli, datato 4 maggio 1928, si intitola già “Casa del Balilla”. L’edificio, nella forma definitiva, viene inaugurato il 5 maggio 1937 alla presenza di Renato Ricci, presidente dell’Opera nazionale Balilla. Le fotografie dell’inaugurazione confermano che la facciata era priva di scritta.

“Sono due questioni distinte – ha sottolineato Bertolotti –. Una è l’autenticità del dato storico, l’altra è la sua valorizzazione nel presente. Da una non discende automaticamente l’altra”.

“La soprintendente Margherita Eichberg ha inviato una lettera di chiarimento a provincia e comune – ha aggiunto Bertolotti –. La lettera parla di un’indagine stratigrafica sull’intonaco, dalla quale sarebbero emerse forma e contenuto della scritta, con una sequenza di lettere definita individuabile. Ma nel testo non compare la trascrizione esplicita di quale sequenza di lettere sia stata effettivamente rilevata sulla facciata”.

Secondo Bertolotti, potrebbero esserci state più stratigrafie relative alle diverse insegne succedutesi sulla facciata. “È stata scelta ‘Casa del Balilla’, ma manca la documentazione precisa e una foto. Sapere che le lettere sono individuabili non rende verificabile il dato”.

“C’è poi una contraddizione interna – ha proseguito Bertolotti –. La soprintendenza si dichiara disponibile a modifiche cromatiche su richiesta. Ma se la cromia fosse un dato stratigrafico certo e vincolante, non potrebbe essere modificabile. Quella disponibilità alla detonalizzazione tradisce che nella scelta c’è una componente discrezionale e quindi politica”.

Il principio teorico di riferimento è quello del restauro filologico di Camillo Boito: “Ogni fase della vita di un edificio, comprese le trasformazioni apparentemente minori, è un documento storico a pieno titolo e nessuna fase può essere privilegiata a scapito delle altre”.

“Un principio – ha osservato la storica Bertolotti– che la stessa soprintendenza dichiara di condividere e che contraddice con le scelte fatte.

Il dato storico propende con chiarezza: la facciata nasce muta nel 1937 e torna muta nel 1945. Ciò che è stato tolto può essere il frutto di scelte storiche. La facciata senza scritta non è un’assenza: è essa stessa una scelta storica”.

Poi la proposta di Bertolotti: qualunque sia l’esito della vicenda, restituire alla cittadinanza, e soprattutto agli studenti, la complessità storica del luogo, attraverso la public history.

Umberto Laurenti, imprenditore e libero professionista, ha portato la voce del testimone. Ha vissuto in via della Pace, ha frequentato la scuola media in via Carletti e, nel febbraio 1964, a sedici anni, sul giornale studentesco Sottobanco ha scritto l’articolo che annunciava l’intitolazione del liceo a Mariano Buratti.

I documenti da lui presentati precisano che la scritta “Opera nazionale Balilla” comparve dopo l’inaugurazione del 1937 e durò soltanto alcuni mesi.

Umberto Laurenti

Umberto Laurenti


“Come si può ragionevolmente argomentare che vada tutelata una scritta rimossa per legge e, per di più, quella di minor durata tra le varie apparse sulla facciata? – ha domandato Laurenti –. Il vincolo fu apposto sull’edificio, sulla sua architettura e sul suo aspetto cromatico, non sulla scritta, che non è elemento costitutivo ma semplice indicazione funzionale, variata nel tempo sempre per obbligo di legge”.

Poi l’autocritica e la critica alle istituzioni dell’epoca. “Quando il liceo classico si trasferì nell’edificio, a metà degli anni Ottanta, ci fu una grave distrazione della Provincia, del corpo docente e di tutta l’opinione pubblica democratica viterbese. In quel momento si sarebbe dovuto apporre sulla facciata la scritta ‘Liceo classico Mariano Buratti’. Non fu fatto”, ha detto Laurenti.

La costituzionalista Giovanna Montella

La costituzionalista Giovanna Montella


È stata la costituzionalista e docente universitaria Giovanna Montella a dare alla vicenda una dimensione più ampia. L’antifascismo, ha sostenuto, non è un’opzione ideologica tra le altre, ma una matrice costituzionale della repubblica.

“Esibire, restaurare o dare nuova centralità a frasi e simboli sulla facciata di un liceo significa normalizzare ciò che la costituzione ha voluto eliminare ed espellere”, ha affermato Montella.

“La soprintendenza – ha proseguito Montella – non commette solo un’omissione amministrativa: viola i doveri costituzionali di fedeltà alla repubblica sanciti dall’articolo 54 e quelli di tutela del patrimonio previsti dall’articolo 9. La discrezionalità tecnica non può spingersi fino a tollerare lo sfregio visivo della memoria di un martire della resistenza. Non lo può fare 

Se la pietra può dimenticare, la costituzione ha il dovere di ricordare. E questo dovere appartiene alle istituzioni, alla scuola e a tutti noi”.

Carlo Venturi, ex docente del liceo e architetto, ha portato la competenza tecnica. Ha citato Cesare Brandi: “Il restauro mira al ristabilimento dell’unità potenziale dell’opera “senza commettere un falso artistico o un falso storico”.

Conclusione lapidaria: “Chi ha rinfrescato l’iscrizione non ha fatto un restauro. Ha fatto un lavoro da imbianchino. Nulla di più”.

Venturi ha poi citato Elisa Guida, in un articolo su TusciaWeb: “Restaurare non significa riportare semplicemente alla luce: significa anche scegliere che cosa rendere nuovamente visibile, con quale evidenza, in quale contesto e con quale significato”.

Carlo Venturi

Carlo Venturi


Venturi ha presentato tre ipotesi concrete: la riesumazione dell’iscrizione con pannelli esplicativi; la copertura “sacrificale” con musealizzazione, dal costo stimato di circa 3mila euro; l’“opposizione semantica”, sul modello di Bolzano, dove al rilievo con Mussolini è stata sovrapposta un’iscrizione luminosa in tre lingue con una frase di Hannah Arendt: “Nessuno ha il diritto di obbedire”.

È la terza ipotesi quella che Venturi preferisce. “Trasformare un problema in un’opportunità. Lavorare con gli studenti per costruire una comprensione del significato dei simboli del fascismo”. Ha inoltre presentato e messo a disposizione una proposta di unità didattica completa.

Scritta Casa del Balilla - Le ipotesi di intervento sul liceo Mariano Buratti

Scritta Casa del Balilla – Le ipotesi di intervento sul liceo Mariano Buratti


Assente per motivi personali, Paolo Henrici De Angelis, presidente della sezione Anpi di Viterbo “Nello Marignoli”, ha fatto pervenire il proprio intervento scritto.

Su Renato Ricci, fondatore dell’Opera nazionale Balilla, non ha usato mezze misure: “Squadrista e omicida, complice del Dumini assassino di Matteotti, poi gerarca fino alla Repubblica sociale, comandante della Guardia repubblicana destinata alla repressione della Resistenza. La soprintendente Margherita Eichberg che lo definisce ‘pedagogista’ diventa ancora più difficile da difendere”.

Paolo Henrici De Angelis

Paolo Henrici De Angelis


La tesi dell’Anpi è netta: “Ripristinare in qualsiasi forma, con qualunque motivazione, la dedica dell’edificio all’Onb non è un atto di restauro, ma di restaurazione”.

Le richieste formali sono di non chiudere i lavori con la scritta visibile, coprirla e inserire sulla facciata l’intitolazione a Mariano Buratti.

Galeotti ha sottolineato un altro elemento emerso durante l’evento: i professori del liceo scientifico si sono mobilitati per il liceo classico, rompendo una rivalità storica tra i due istituti. I docenti hanno fatto squadra e si sono messi in prima persona nella battaglia.

Lo stesso Galeotti ha posto poi la domanda più urgente: “Come pensate di procedere? Quando le impalcature cadono, intervenire diventa quasi impossibile”.

Interpellato direttamente, Enrico Mezzetti, presidente dell’Anpi Viterbo, ha risposto dalla platea che si è in attesa di un appuntamento con la Provincia, che però non ha ancora fissato una data.

Enzo Palmisciano di Articolo 3 ha annunciato: “Ci sarà un nuovo presidio”. Le proposte didattiche di Venturi entrano nell’agenda: il confronto con studenti e personale docente è il passo successivo da organizzare nei prossimi giorni.

Fuori, intanto, le impalcature sono ancora montate. Umberto Laurenti ha concluso con un invito a non mollare, a preservare la memoria individuale e collettiva e a non cedere alla tentazione di ritirarsi: “C’è bisogno di un continuo esercizio della memoria individuale e collettiva affinché i valori siano salvaguardati e tradotti in scelte politiche coerenti con i bisogni generali, salvaguardando libertà e democrazia”.

Patrizia Prosperi


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