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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Vivo a Viterbo dal 1995, al liceo Buratti hanno studiato i miei figli e la tessera dell’Anpi è l’unica tessera che porto ancora nel portafogli. Ho letto in queste ultime settimane gli interventi che si sono susseguiti sull’iscrizione “Casa del Balilla” sulla facciata del Liceo Buratti e sono rimasto, come molti, sconcertato dalla scelta di restaurarla e ripristinarla. Non so nulla di restauro e tutela del patrimonio. Mi sono occupato soltanto di letteratura ed è soltanto con gli strumenti della letteratura che vorrei provare a leggere questa vicenda.
L’arte del romanzo mi ha insegnato l’importanza delcontesto. Era una parola cara a Jorge Luis Borges, che definiva la finzione come l’atto di estrapolare un materiale già esistente dal suo contesto per inserirlo in uno nuovo. Così Leonardo Sciascia intitolò uno dei suoi più celebri ed enigmatici romanzi, aggiungendovi per sottotitolo “una parodia”.
Ecco, entrambi questi vocaboli, contestoe parodia, mi sembrano adattarsi perfettamente a questo caso. Il contesto cambia il senso delle parole, del linguaggio, dei libri. E cambia anche il senso dei monumenti e degli edifici.
Nulla resta identico a sé stesso nel tempo. Perché il significato di ciò che è scritto – che sia un romanzo oppure un’epigrafe sul fronte di un palazzo storico – si modifica continuamente “in ogni epoca in cui lo si legge e ogni volta che lo si legge”, caricandosi di tutto quello che è accaduto, tra una lettura e l’altra, “nella storia umana e dentro di noi”.
Ora, estrapolando quella scritta dal suo contesto e inserendola in quello in cui viviamo, con un governo di destra nel nostro paese, l’avanzata delle destre estreme in Europa e il ritorno, sotto le nuove forme del populismo e del sovranismo contemporaneo, di fantasmi che credevamo archiviati, la scelta di far riaffiorare sul prospetto di una scuola una testimonianza materiale del ventennio fascista non è un atto neutro ma un atto politico.
Non si tratta qui soltanto di conservare una traccia, per quanto tragica e vergognosa, ma di un gesto che, nel contestoattuale del nostro paese che non ha mai fatto veramente i conti con la sua storia recente, finisce inevitabilmente per assumere il significato di una riappropriazione simbolica dello spazio pubblico e di una riaffermazione identitaria. È una riscrittura, la riapertura di una contesa più che un restauro filologico, e risponde – quale che sia l’intenzione di chi l’ha voluta – a una logica revisionista, conformista e aggressiva.
L’episodio è esemplare e oltrepassa la cinta muraria e i ristretti confini di Viterbo. Per questo merita una riflessione attenta, perché svela il punto di confine in cui il senso di parole essenziali alla costruzione dei vincoli di appartenenza – come memoria, tutelao rispetto della storia- può capovolgersi. Ogni restauro è anche un’interpretazione: una valutazione di ciò che si vuole riportare in primo piano e di ciò che si decide debba restare sullo sfondo. Il paradosso consiste nel presentare il ripristino dell’iscrizione “Casa del Balilla” come una forma di tuteladel passato e delle sue tracce stratificate, quasi un gesto necessario di riconciliazione e di pacificazione, considerando il secolo che ormai ci separa da quelle vicendee l’irrilevanza di quella scritta nel nostro presente.
Il movimento è sottile: si vuole attribuire il valore positivo che la parola tutelacontiene, in termini di conservazionee rispetto, a ciò che invece rischia di configurarsi come una cancellazione, o almeno come una sovrascrittura, della storia successiva che appartiene alla memoria di quel luogo non meno delle iscrizioni che lo hanno preceduto. Di quella storia che ha portato lo stesso edificio, dal 1952 sede del liceo classico cittadino, a essere intestato a un martire della libertà torturato a via Tasso e poi fucilato a Forte Bravetta: Mariano Buratti.
Credo che anche questa vicenda, apparentemente locale, o come avrebbero detto con orgoglio i fascisti, strapaesana, si inserisca in un processo più generale, che dura da anni e che oggi appare sempre più accelerato: la progressiva messa in discussione della Resistenza e dei suoi valori. E tutto questo accade intorno a una scuola che ha il compito costituzionale, come è stato ricordato da più parti, di tutelare- e questa volta vorrei usare questo verbo nel suo significato più autentico – lo sviluppo della personalità degli studenti in un ambiente democratico, pluralista e libero, privo di condizionamenti ideologici o di riferimenti celebrativi a regimi totalitari. Di educare, in definitiva, alla democrazia e alla legalità.
Nessuna paura del passato, dei suoi errori e dei suoi orrori. Ma nessuna sottovalutazione del presente. I testimoni di quell’epoca non sono più in vita, la parola pace sembra essere andata a fuoco e l’idea di democrazia e di Europa sono in crisi. La letteratura ci ha sempre messo sull’avviso: nel nostro tempo saturo di storia e di orrore, dove tutto è già accaduto, tutto può accadere di nuovo.
“Il paese al quale apparteniamo», scrive Carlo Ginzburg, «non è, come vuole la retorica, quello che si ama, ma quello di cui ci si vergogna, o di cui ci si può vergognare». E purtroppo anche questa vicenda ci tocca proprio nel vincolo della vergogna. Perché produce un effetto violentemente parodistico: la scritta propagandistica della principale organizzazione fascista dedicata all’educazione dei giovani che torna a campeggiare sulla facciata di una scuola della Repubblica intitolata a un partigiano.
Fabio Stassi
Bibliotecario e scrittore
