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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Vorrei ritornare sulla vicenda della scritta sulla facciata del liceo Mariano Buratti con qualche piccola considerazione che forse non è stata ancora fatta. Ma, in ogni caso, “repetita iuvant”.
Non ripeterò la storia del liceo né, tantomeno, quella dello stabile che lo ospita e neanche ripercorrerò la tragedia personale ed umana di quella figura esemplare di cittadino, di uomo e di professore che è stato Mariano Buratti. Infatti tre mesi di riflessioni e analisi tesi a ricercare prove e a suggerire scelte ragionate e ragionevoli a nulla sono serviti, se non a produrre un esito scarso e senza coscienza, almeno quella civile.
La scritta non è stata cancellata o meglio, documentata e poi, giustamente, ricollocata nella semplice memoria storica in cui era stata posta nell’immediato dopoguerra, ma è stata riproposta a caratteri cubitali e rimarcata come se la sua obliterazione fosse il semplice risultato del lento andare del tempo che tutto cancella. Non è così, lo sappiamo perché, come è storicamente acclarato, essa ha seguito ed ha partecipato del destino delle altre scritte e degli altri emblemi di quell’epoca infame: è stata rimossa.
È certo un segno dei tempi che oggi dobbiamo far sentire la nostra voce affinché certe scelte dell’Italia Repubblicana trovino una loro legitimate collocazione e siano accettate come fatti e non casualità. Non sarebbe forse altrettanto corretto, se non di più, sul piano della storia e del restauro riconoscere i motivi e la scelta di un’assenza? E, inoltre, perché non ammettere che il nome di Buratti si sarebbe dovuto trovare sulla facciata di quel palazzo dal 31 gennaio 1964 ed agire di conseguenza?
Mi permetto di fare una piccola provocazione. Se, invece di “casa del balilla” ci fosse stato scritto “Credere, obbedire, combattere”, cioè la sintesi di quello che l’Opera Balilla voleva rappresentare ed ha rappresentato, la coscienza, la scienza e il diritto avrebbero permesso alla soprintendenza di farla riprodurre tout court? E quella politica, che ha taciuto,o peggio, negato e blandito e poi “detonalizzato” , come potrebbe non sentire la distanza tra “quella cosa” e la nostra Costituzione
Immagino che anche i sostenitori del grande pedagogista (Renato Ricci), tanto apprezzato dalla soprintendente Margherita Eichberg, avrebbero qualche perplessità e forse anche coloro che hanno scelta la via dell’equidistanza e della presunta salvaguardia del dato brutale fatto riemergere sulla facciata non si sarebbero potuti nascondere ora, come due mesi fa, dietro al dito mignolo della Soprintendenza senza diventare, come direbbe Saba, “chiari a sé stessi”.
Certo, la scritta “casa del balilla” è più rassicurante, meno dirompente, meno evocativa nella felice ignoranza che caratterizza i nostri tempi. Insomma è banalmente, ma anche tragicamente rassicurante e, solo apparentemente, innocua.
Stefania Fidanza
