Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Per anni e anni l’immagine veniva venerata come Santa Barbara, protettrice dei vigili del fuoco, e si trovava presso la ex caserma dei pompieri di Viterbo; finché fu identificata dal vescovo mons. Piazza, durante una sua visita alla caserma, come Santa Caterina d’Alessandria.
I vigili del fuoco, con Luigi Zucchi e Angelo Paccosi, che hanno donato alla sede degli ex Facchini il dipinto di Santa Caterina
Il dipinto in questione è stato di recente traslato presso la sede degli ex Facchini di Santa Rosa e riporta alla luce un frammento importante e poco conosciuto della storia della macchina di Santa Rosa. L’opera faceva parte dei sedici dipinti di Santi, quattro per ogni lato, collocati alla base della Macchina ideata e costruita da Angelo Paccosi, il “Campanile che cammina”, trasportato per le vie di Viterbo dal 1959 al 1966.
A quell’epoca non c’erano né internet né cellulari e le emozioni non passavano dai social, erano vissute in modo più semplice, ma più vero. Il progetto si inseriva nella tradizione delle grandi Macchine viterbesi, ma presentava elementi fortemente innovativi. Il disegno, ispirato all’arte gotica, sviluppava una ricca successione di elementi architettonici e decorativi: pitture, cariatidi, guglie, archi a cuspide e ogivali, colonne tortili, pinnacoli e statue contribuivano a creare un insieme fortemente verticale e articolato.
I vigili del fuoco hanno donato alla sede degli ex Facchini il dipinto di santa Caterina della macchina di Paccosi – Angelo Paccosi
Rispetto ai precedenti progetti di Papini, la macchina di Paccosi appariva più slanciata e sviluppata in altezza, con una quota sostanzialmente paragonabile a quella delle Macchine successive. La struttura si realizzava in una successione di livelli e stratificazioni sovrapposte, capaci di accompagnare progressivamente lo sguardo verso l’alto e accentuarne la verticalità.
Accanto alla ricerca architettonica emergeva però un’altra scelta originale: il colore. Anche se l’idea di apporre quadri per decorare la macchina di Santa Rosa era in uso già dai periodi precedenti, Paccosi concepì una Macchina da ammirare non soltanto nella notte del 3 settembre, quando illuminazione e fiaccole ne esaltavano la spettacolarità, ma anche durante il giorno, quando potevano essere apprezzati la struttura, i dettagli e l’apparato decorativo.
Da qui la scelta di una struttura ricca di decorazioni pittoriche, pensata per vivere in due dimensioni: quella notturna, nella quale l’illuminazione la trasformava in una grande architettura luminosa e quella diurna, nella quale emergessero architettura, figure e cromie che si integravano e fondevano in modo armonioso.
I vigili del fuoco hanno donato alla sede degli ex Facchini il dipinto di santa Caterina della macchina di Angelo Paccosi
Per realizzare questo progetto Paccosi si avvalse anche del contributo di artigiani locali e importanti artisti, tra cui Carlo Vannucci, l’autore del Santa Caterina, che aveva maturato una rilevante esperienza nella decorazione dei carri del Carnevale di Viareggio. I sedici dipinti acquistano così un significato particolare: quello di Santa Caterina non è un elemento isolato, ma una testimonianza di una concezione nella quale architettura, pittura, scultura e colore erano chiamati a convivere.
La Macchina di Paccosi, trasportata dal 1959 al 1966 e diretta negli ultimi due trasporti dal figlio Giancarlo a causa della scomparsa prematura dell’autore, rappresentò un momento significativo nell’evoluzione della tradizione delle Macchine di Santa Rosa.
Il “Campanile che cammina” conservava un forte legame con il linguaggio gotico e devozionale del passato, ma lo rinnovava attraverso una concezione architettonica e artistica originale, caratterizzata da verticalità, stratificazione, ricchezza decorativa e dall’innovativa idea di una Macchina da ammirare anche alla luce del giorno.
Angelo Paccosi
nipote dell’omonimo costruttore
della macchina di Santa Rosa 1959-1966


