Viterbo – Al via tra poche ore, nella suggestione di vicoli e piazze del cuore della città dei papi, il 58esimo trasporto della minimacchina del centro storico, affettuosamente detta ‘la macchinetta’.
Trasporto di Eterna, la minimacchina di Santa Rosa del centro storico
Eterna è stata ideata quattro anni fa da sei facchini di Santa Rosa, Simone Bentivoglio, Sabatino Di Benedetto, Simone Lucarini, Luca Pasqualetti, Matteo Ricciarelli e Matteo Spanetta.
Alta quattro metri e mezzo e del peso di ccinque quintali, sarà portata a spalla da 185 minifacchini lungo un percorso che da piazza Dante arriverà, modificato rispetto al passato, a Santa Rosa.
A raccontare una mini macchina che tre anni fa accolse per la prima volta bambine e ragazze, e che è inclusiva sotto ogni punto di vista, il presidente del comitato Gianni Baiocco.
Alessio Boschi e Gianni Baiocco
Quest’anno percorso modificato. Con arrivo, come la macchina grande, a Santa Rosa. Quando avete avuto questa idea?
“Erano anni che pensavamo di fare questa cosa. Perché per i bambini il momento più importante è Santa Rosa. Per me è la conclusione più corretta del trasporto. Si porta la macchina sul sagrato, si festeggia, salutiamo Santa Rosa e poi torniamo a casa”.
Siete un comitato aperto. Avete accolto per primi la partecipazione femminile.
“Noi abbiamo iniziato a introdurre la presenza femminile andando contro una buona parte delle persone. Non è stata bene accolta questa novità. E stranamente, e mi sembra davvero assurda questa cosa, la più contraria era proprio la parte femminile. Ma la soddisfazione è nei numeri. Il primo anno erano sette, ora che siamo al terzo anno sono più di 30. E sono personalmente felice di questa cosa perché mi ci sono battuto molto”.
Alessio Boschi e Gianni Baiocco
Il centro storico da anni registra uno spopolamento di residenti. Il vostro comitato continua a crescere. Quale è il segreto? Quale è la strada giusta?
“Sì, è proprio così. Stiamo continuando a crescere e questo ci rende felici. Dobbiamo partire dal fatto che fino a un po’ di anni fa erano tutti bambini viterbesi. Io stesso sono nato a piazza Concetti. È proprio come dici tu. Infatti i viterbesi preferiscono vivere fuori. Ma c’è un incremento della popolazione straniera. Tanti, credenti e non credenti partecipano. La cosa più bella è che nel nostro cortile si radunano più di 200 bambini, di qualunque fede, provenienza e ceto sociale. La cosa che li accomuna è la voglia di esserci. E per noi questa è la più grande vittoria”.
Che incidenza c’è dei bambini stranieri tra i facchini della mini macchina?
“Sono trenta, trentacinque. Circa il 20% del totale. Sono in tutto 185”.
Sotto l’aspetto della religione, della cultura, delle abitudini, ci sono difficoltà o è facile l’integrazione?
“Noi siamo molto aperti, non facciamo catechismo. La nostra linea è che accogliamo tutti quelli che vogliono condividere questo momento, che per noi ovviamente ruota intorno a Santa Rosa. Santa Rosa per noi è il centro di tutto. E proprio come Santa Rosa era vicina agli ultimi e accoglieva tutti, noi cerchiamo di mettere in pratica i suoi insegnamenti. A volte ci riesce, altre volte no…ma continuiamo a provarci”.
Alessio Boschi e Gianni Baiocco
Quindi entrare nel comitato veicola il senso di appartenenza alla comunità.
“Sì, assolutamente”.
Il presidente del Sodalizio dei facchini di Santa Rosa Massimo Mecarini, nella conferenza stampa di presentazione del trasporto della macchina, ha raccontato che il 60% dei facchini proviene dai comitati delle mini macchine. Fate quindi un lavoro fondamentale per la tradizione più bella di Viterbo.
“Sì, ha ragione Massimo Mecarini, perché con il tempo credo che alcune cose andrebbero perse. Le tradizioni e le usanze, se non si coltivano fin da piccoli, si perdono. Credo che l’attaccamento a queste tradizioni popolari deve iniziare da bambino. Perchè è lì che ti entrano proprio nella pelle e nell’anima, altrimenti in questo mondo dispersivo è facile allontanarsi da certe cose. Quindi sì, è fondamentale che ci siano queste piccole scuole, queste piccole realtà che aiutano a far comprendere cosa vuol dire comunità”.
Un obiettivo, un sogno per il futuro?
“Ho paura a parlare – risponde scherzando – perché qui già mi odiano tutti. Prima le donne, poi le cene in piazza, poi il cambio del percorso. Ti dico solo che il sogno che ho, e che non dirò, ha a che fare con il continuare su questa strada, di integrazione e condivisione”.
Irene Temperini



