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Fabrica di Roma – Bimbo di sette anni strappato al padre e segregato per otto mesi in una villa bunker a Fabrica di Roma, il pubblico ministero Paola Conti ha chiesto ieri che la madre venga condannata a tre anni e mezzo di reclusione per maltrattamenti aggravati e l’assoluzione piena dei nonni, secondo l’accusa “conniventi ma non concorrenti del reato”.
L’avvocato Enrico Maggiore, che assiste il padre, parte civile anche per il figlio minore, che nel frattempo gli è stato affidato, ha invece chiesto la condanna sia della ex che degli ex suoceri, “i quali non potevano non sapere”, nonché un risarcimento danni di 100mila euro, con una provvisionale di 30mila euro.
È ripresa così ieri davanti al collegio composto dai giudici Jacopo Rocchi, Giovanna Camillo e Ilaria Inghilleri la discussione del processo ai nonni e alla madre, già condannata con sentenza definitiva per sottrazione di minore.
Il 26 luglio 2021, a Fabrica di Roma, la donna fu ripresa dalle telecamere della polizia, intervenuta col 118 per portare il piccolo in casa famiglia. L’imputata oppose strenua resistenza alla squadra mobile intervenuta per dare attuazione al procedimento del 18 dicembre 2020 con cui il tribunale per i minori aveva sospeso la potestà genitoriale a entrambi i genitori e il trasferimento del piccolo in casa famiglia, in attesa che riprendesse i rapporti col padre, per lui di fatto uno sconosciuto, cui sarebbe stato affidato.
Il filmato di quei drammatici momenti è stato proiettato in aula durante il processo. Una guerra, quella per l’affidamento, finita nel peggiore dei modi. La madre si sarebbe nascosta col figlioletto nella villa di campagna dei genitori, circondata da un’alta recinzione, protetta dal filo spinato, con lucchetti ai cancelli e finestre perennemente serrate, in cui il bambino sarebbe vissuto senza vedere la luce del sole per otto mesi, da dicembre 2020 a luglio 2021, completamente isolato dal mondo.
Piccolo segregato nella villa bunker. “Con la scusa del Covid e dell’epilessia, di cui il figlio non soffriva già da più di due anni, il bambino ha potuto frequentare la prima elementare solo a distanza. Quando la polizia, dopo una lunga trattativa con la madre serrata in camera, lo ha liberato e trasferito d’urgenza all’ospedale Santa Rosa, portava ancora il pannolino, non sapeva correre e non si teneva in piedi, era maldestro con le posate e aspettava di essere imboccato, non sapeva farsi la doccia da solo e i primi giorni in casa famiglia gli davano fastidio le grida degli altri bambini che giocavano, perché lui non aveva mai giocato coi coetanei”, ha ricordato tra le altre cose la pm Conti, ripercorrendo punto per punto tutte le prove che hanno condotto all’incriminazione della madre, il cui “comportamento pregiudizievole” ha convinto i giudici a ripristinare il rapporto con la figura paterna.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.

