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Boom di immigrati bengalesi, un business per due fratelli imprenditori

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Braccianti agricoli - Immagine di repertorio

Braccianti agricoli – Immagine di repertorio

Viterbo – La scusa era trovare braccia per i campi e per i cantieri edili dei Cimini. Peccato che, dietro quella che sembrava una semplice fame di manodopera, si nascondesse secondo l’accusa un vero e proprio business del “nulla osta”.

A processo davanti al giudice Jacopo Rocchi sono finiti due fratelli imprenditori di 50 e 52 anni — attivi in agricoltura e edilizia — e un 36enne di origine bengalese, tutti accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

A far saltare il banco ci hanno pensato i carabinieri dell’ispettorato del lavoro. Era il 2022 quando, a guardare quelle carte, qualcosa non tornava. I due fratelli avevano fatto richiesta per ben 19 lavoratori bengalesi (10 uno e 9 l’altro). Decisamente troppi per le reali esigenze delle loro aziende.

Un’anomalia che ha fatto scattare i controlli e scoperto il trucco, quando a Viterbo sono rintracciati due cittadini bengalesi arrivati in Italia proprio grazie a quelle domande fittizie, uno dei quali era finito poi a lavorare in un autolavaggio.

Secondo la procura, i tre avrebbero messo in piedi una vera e propria catena di montaggio dell’ingresso illegale. Il tariffario era chiaro e strutturato: tra i 200 e i 300 euro solo per inoltrare la domanda di assunzione fantasma, a cui si aggiungeva la quota grossa — circa 5.000 euro a testa — una volta ottenuto l’effettivo “nulla osta” per l’ingresso in Italia.

Il dibattimento è entrato nel vivo ieri con la testimonianza di uno dei militari che hanno condotto gli accertamenti, il quale ha spiegato i sospetti e la scoperta del meccanismo.

I due imprenditori sono assistiti dagli avvocati Giuliano Migliorati e Silvia Grassi, mentre il 36enne bengalese è difeso dall’avvocato Samuele De Santis.

Silvana Cortignani


Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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