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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Negli ultimi due anni, sono state decine le ordinanze sindacali che hanno vietato l’uso dell’acqua erogata da Talete in altrettante decine di comuni del Viterbese. Ultima in ordine di tempo quella di Tarquinia del 3 ottobre, tuttora valida fino alla certificazione della potabilità dell’acqua, anche se sembra che i valori anomali siano rientrati nei parametri accettabili.
Quella di avere acqua potabile è diventata una chimera, ormai i cittadini di tutta la provincia, allarmati dalle contaminazioni da arsenico, fluoruri o enterococchi, come successo varie volte nel capoluogo, si sono arresi ad acquistare comunemente l’acqua per bere o cucinare, giustamente preoccupati per la salute. Così, oltre ai costi lievitati dell’acqua “pubblica”, si è costretti a consumare acqua in bottiglie, comunemente di plastica, producendo anche una enorme quantità di rifiuti.
La provincia di Viterbo è la seconda nel Lazio per il costo dell’acqua e una tra le più care d’Italia ma nonostante questo i disservizi e i disagi sono all’ordine del giorno. Le prospettive, poi, come denunciamo da tempo, sono pessime, perché l’unica “soluzione” ipotizzata dalla società Talete e da buona parte dei comuni della Tuscia, per risanare la stessa Talete e poter gestire il servizio idrico, punta a privatizzare il settore, cosa che inevitabilmente farà entrare questo bene primario nel vortice del profitto.
Quindi oltre i tanti danni di questi anni, anche la beffa di vedere peggiorare la situazione, in termini etici ed economici.
Riteniamo che questo processo vada fermato e che vadano trovate soluzioni diverse che permettano di proteggere il bene comune e primario dalla logica del profitto. Chiediamo che siano urgentemente attuate delle misure di risarcimento del danno subito dai cittadini e dalle cittadine della Tuscia e chiediamo, inoltre, che i giorni in cui l’acqua erogata non è potabile siano decurtati dalle bollette.
Valeria Bruccola
Segretaria della federazione provinciale di Sinistra italiana
