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Viterbo – (sil.co.) – Tutta una finzione, dal giro pesce all’anello prezioso, alle registrazioni e all’usura.
“Non una coppia vittima di una banda di strozzini, ma una coppia di truffatori”. Si è difeso così, rilasciando spontanee dichiarazioni, uno dei quattro imputati tuttora a processo davanti al collegio presieduto dal giudice Jacopo Rocchi per una presunta usura-estorsione aggravata in concorso ai danni di un ristoratore e della compagna risalente al 2020, sotto Covid. Si tratta di un 53enne di Castel Giorgio.
“Il giro del pesce era una truffa e l’investimento in un anello da 90mila euro un’invenzione del ristoratore di cui anche io sono stato vittima, dopo di che la moglie ha cominciato a fare registrazioni strumentali alla denuncia per usura, perchè una volta scoperti non volevano restituire i soldi”, ha riferito ieri in aula.
Parti civili le vittime, con gli avvocati Giovanni Labate e Enrico Valentini. Discussione a marzo
L’imputato, in particolare, nel ruolo di presunto “portavoce” della banda di strozzini, avrebbe minacciato il ristoratore nel suo locale, lasciando intendere che oltre che contro lui e la compagna ci sarebbero state ritorsioni anche contro la figlia, che sarebbe finita su una sedia a rotelle.
“Io non ero portavoce di nessuno, parlavo per me, allo scopo di riavere indietro pacificamente i miei soldi. Gli avevo dato 25mila euro per la truffa dell’anello con diamante e 10mila per il giro del pesce, riuscendo a riaverne solo 9mila. E a Viterbo di giorno in giorno aumentavano le vittime incavolate di brutto”, ha proseguito.
“L’ho avvisato che non tirava una bella aria e che, se non voleva guai, era meglio se cominciava a pagare. E loro, per uscirne, si sono inventati l’usura, hanno fatto registrazioni apposta, fregando tutti”, ha concluso l’imputato, difeso dagli avvocati Francesco e Roberto Massatani.
In manette finirono un tatuatore e la moglie, M.B. e M.B., di 47 e 48 anni, un 53enne di Castel Giorgio, C.C. e un albanese di 34 anni, A.L., residente a Terni. Uno dei cinque imputati iniziali, fratello del tatuatore, ha patteggiato una pena definitiva di un anno e otto mesi.
Altri tre indagati a piede libero per tentata estorsione e estorsione aggravata in concorso sono stati rinviati a giudizio davanti al collegio. Due nel frattempo sono usciti di scena ricorrendo a riti alternativi. Si tratta di un altro fratello del tatuatore e di un trentenne albanese, a sua volta cugino dell’albanese imputato nell’altro processo. Si procede invece in solitaria e col rito ordinario per M.C., 46 anni, originario di Ronciglione, difeso dall’avvocato Giuliano Migliorati.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.

