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Soriano nel Cimino – “Se è vero che il suicidio è imprevedibile, è altrettanto vero che si può prevenire. In questo caso non c’è stata alcuna prevenzione perché non è mai stato valutato il rischio”.
In aula lo psichiatra Ferracuti. È quanto ribadito ieri in aula dal professor Stefano Ferracuti, noto psichiatra e consulente della parte civile, nel corso dell’ultima udienza del processo a carico dell’allora direttore sanitario (nel frattempo sostituito) e psichiatra della clinica di Soriano nel Cimino, specializzata nella cura dei disturbi del comportamento alimentare, dove la sera del 27 dicembre 2020 una ragazza di appena vent’anni si è tolta la vita. L’imputato deve rispondere dell’accusa di omicidio colposo aggravato dall’omessa valutazione del rischio suicidario.
“Nessuna valutazione del rischio in cartella clinica”. Nel corso del suo intervento, il consulente ha evidenziato una serie di presunte omissioni nella gestione della giovane paziente. A partire dall’inquadramento clinico iniziale: “In cartella clinica mancava del tutto la valutazione del rischio suicidario, nonostante le numerose segnalazioni che indicavano una paziente in costante e profonda difficoltà”. Secondo il consulente, la ragazza presentava una marcata instabilità temperamentale e affettiva di fondo, quadro su cui s’innestava un disturbo dell’alimentazione che già di per sé porta con sé un elevato rischio autolesivo. “Nessuna procedura per il rischio suicidario è stata implementata”, ha sottolineato la consulenza.
Il nodo del ricovero e i precedenti. Rispondendo alle domande del pubblico ministero Massimiliano Siddi, il professor Ferracuti ha ribadito che i medici della struttura avrebbero dovuto essere pienamente edotti della pericolosità della situazione, anche e soprattutto alla luce del precedente tentativo di suicidio messo in atto dalla ventenne appena quattro giorni prima dell’ingresso in clinica. Inoltre, il perito ha contestato la sola gestione farmacologica sintomatica: “Non bastavano gli ansiolitici, correttamente somministrati a ridosso del tragico evento, semmai andavano previsti prima. Sarebbe stato appropriato l’impiego del litio, ma il litio non si somministra senza un’adeguata e preventiva valutazione del rischio suicidario”. Sebbene l’ansiolitico somministrato a Natale fosse idoneo e avesse garantito una buona sedazione momentanea, non avrebbe affrontato il problema di fondo.
La crisi di Natale e le carenze organizzative. Un punto centrale dell’udienza ha riguardato lo scompenso psicofisico manifestatosi nei giorni precedenti il decesso. “La paziente era in uno stato di scompenso sicuro almeno dal 25 dicembre, segnato da una forte crisi di agitazione psicomotoria che però non è stata valutata. Non è stato fatto proprio nulla”, è stato spiegato in aula. Le criticità avrebbero riguardato anche l’organizzazione interna della struttura. La sera della tragedia era presente in turno una sola infermiera. “Una valutazione corretta andava fatta anche per l’organizzazione della struttura”, ha rilevato la parte civile. “Se l’infermiera fosse stata resa edotta del reale rischio suicidario, avrebbe potuto richiedere l’affiancamento di una seconda unità, una visita psichiatrica urgente o l’attivazione di una sorveglianza rafforzata”.
La prevenzione e i tempi dei soccorsi. Sollecitato dal pm Siddi sulle misure che la clinica avrebbe dovuto adottare per prevenire ed evitare l’evento, e sull’eventuale adozione di strumenti contenitivi, il consulente ha chiarito: “Non si richiede un controllo h24 in modo permanente, ma finché la fase critica non viene superata, la vigilanza deve essere massima. Si sarebbe potuta implementare una sorveglianza a intervalli di 5 minuti anziché di 15”. L’attenzione si è concentrata inoltre sulle modalità del decesso e sulle tempistiche d’intervento. “La giovane è deceduta per soffocamento e non per defenestrazione. L’asfissia richiede un intervallo di tempo significativamente più lungo prima che si verifichi l’exitus, un lasso temporale durante il quale un controllo o un intervento tempestivo da parte del personale sanitario avrebbero potuto interrompere l’azione e salvare la vita alla ragazza”.
Il processo davanti al giudice Ilaria Inghilleri è stato rinviato per sentire ulteriori testimoni. Il fratello e la sorella della vittima sono assistiti dall’avvocato Roberto Borgogno e i genitori dall’avvocato Amedeo Centrone.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il
