Viterbo – Il marito della sindaca spiega a un consigliere comunale che, per fare male a qualcuno, loro sanno individuare la persona più debole della sua famiglia. La sindaca è lì, a casa di quel consigliere. Potrebbe interrompere il marito, chiedergli che cosa c’entrino le famiglie, ricordargli che nessuno lo ha incaricato di tenere in piedi la maggioranza. Chiara Frontini lascia che parli.
Viterbo – Chiara Frontini e Fabio Cavini
Sono passati più di tre anni da quella sera. Oggi, 5 novembre, alle 12,30, al tribunale di Viterbo comincia il dibattimento nel processo a Chiara Frontini e al marito Fabio Cavini. L’accusa è di minaccia aggravata in concorso. A stabilire se sia stato commesso un reato e quali siano le eventuali responsabilità dei due imputati sarà la magistratura.
Lo squallore della politica sta nell’aver avuto bisogno di una scadenza giudiziaria perfino per tornare a parlare sottovoce di quello che una sindaca avrebbe potuto dire e fare nel giro di pochi secondi. Che cosa potrà mai aggiungere una sentenza alla domanda che riguarda Frontini? Quella sera, quando suo marito ha spiegato come si tratta chi si mette di traverso, lei perché è rimasta in silenzio?
Era il 26 settembre 2023. A ospitare la coppia erano Marco Bruzziches, allora consigliere della maggioranza, e la moglie Anna Maria Formini. Nel corso della cena Cavini parla del compito che si attribuisce, quello di tutelare prima Chiara e poi la maggioranza. Con quali metodi lo spiega lui stesso.
“Noi quando vogliamo colpire o abbiamo qualcosa o la inventiamo”, dice Cavini. Vale la pena fermarsi su quel “noi”. Chi comprende? A nome di chi parla il marito della sindaca quando spiega a un consigliere eletto che, se manca qualcosa con cui colpire una persona, la si inventa?
Poi Cavini continua: “Non siamo dei principianti, se io voglio fare male, capisco chi del tuo stato di famiglia è più debole e vado a colpire quella persona”.
Si provi ad ascoltare quelle parole dal posto di Bruzziches. È a casa sua, c’è sua moglie, ha aperto la porta alla sindaca con la quale governa la città. E il discorso finisce sullo stato di famiglia. Già questo dovrebbe bastare a chiedersi quale idea dei rapporti politici sia entrata quella sera in casa Bruzziches. Un consigliere risponde dei voti che esprime. Che cosa c’entra la persona più fragile della sua famiglia?
Cavini si rivolge al padrone di casa chiamandolo per nome. “È un po’ come quando uccidi, sai, Marco, se tu uccidi una volta, poi dopo ti viene voglia di uccidere sempre e quindi non bisogna mai farsi prendere dalla mano”. E, parlando di sé, aggiunge: “A me non è mai piaciuto essere ricattato e di solito sono stato quello che ricattava”. Ma che metodi politici sono questi? Che caratura morale hanno? Tutto inimmaginabile fino a quella incredibile sera. Questa non è politica.
E c’è addirittura chi critica Marco Bruzziches per aver registrato la cena. Una cena tutta politica, voluta dalla sindaca e dal marito. A chi gli muove quel rimprovero sfugge un particolare. Qualcuno, prima dell’incontro, evidentemente aveva avvertito Bruzziches del tono che la conversazione avrebbe potuto prendere. Che cosa avrebbe dovuto fare, in casa sua, con sua moglie seduta a quel tavolo? Aveva ogni ragione di tutelarsi. Ci mancherebbe altro.
Bene ha fatto a registrare. Ha reso un servizio alla vita democratica della città. Grazie a quella registrazione, oggi ogni viterbese può sentire le parole di Cavini dalla sua voce e giudicare politicamente e moralmente da sé il comportamento di chi era lì.
Ai cittadini rivolgo un invito. Ascoltino la registrazione che Tusciaweb ripropone con testardaggine. Nella trascrizione si leggono le frasi, non si comprende il tono. Nell’audio si sente come Cavini le pronuncia, come si rivolge al suo interlocutore. E si può ascoltare il passaggio su cui ciascuno ha diritto di formarsi un giudizio politico. Davanti a quelle parole, dalla sindaca non arriva un’obiezione. Una smentita. Un rimprovero.
È questo che giudichiamo indifendibile politicamente. A scegliere quelle parole è Cavini. A scegliere se intervenire, mentre il marito parla di come proteggere lei e la sua maggioranza, è Chiara Frontini. Sarebbe bastato dirgli di fermarsi. Avrebbe potuto farlo da ospite, per riguardo a chi l’aveva accolta in casa. Aveva una ragione in più per farlo da sindaca. A quel tavolo il mandato dei viterbesi lo aveva ricevuto lei. Al marito chi aveva affidato il compito di vigilare sulla condotta dei consiglieri?
C’è un altro passaggio. “Ogni tanto bisogna fa vede’ che se sono contro di noi, si muore anche di fame, perché funziona così”, dice Cavini.
Funziona così, sindaca? Un cittadino che si schiera contro di lei, uno che contesta una scelta della giunta, un consigliere che decide di lasciare la maggioranza devono chiedersi se domani potranno ancora lavorare e vivere tranquilli nella loro città? Chi entra in comune per una pratica ha gli stessi diritti di chiunque altro, qualunque cosa pensi di Frontini. Sentir parlare di gente che può morire di fame perché si mette “contro di noi” avrebbe dovuto suscitare proprio in chi guida il comune la reazione più netta. Un “che cazzo dici!?”, che non c’è stato. Che ogni persona attenta al proprio decoro politico avrebbe detto. Ma la sindaca no. Tace.
A memoria di chi scrive, sulla scena politica viterbese non si era mai sentito niente di simile. Una politica capace di correggersi avrebbe chiesto alla sindaca di rendere conto pubblicamente di quella serata. A nostro giudizio, per come si è comportata davanti al suo consigliere e alla moglie, c’erano ragioni sufficienti per dimettersi. Frontini è rimasta al suo posto. Un posto che vale quasi 10mila euro lordi al mese e che comporta il dovere di governare la città correttamente, senza sbavature. Comporta anche l’onere di spiegare ai viterbesi quale autorità ritenga di esercitare suo marito nei confronti di persone che, a differenza di lui, in consiglio comunale ci sono entrate con i voti.
Oggi accusa e difesa avranno il loro palcoscenico in tribunale. Lì si discuterà di minaccia aggravata in concorso.
Intanto i cittadini ascoltino la registrazione. Poi si chiedano che cosa avrebbero voluto sentir dire dalla loro sindaca, in quella casa, davanti a quelle due persone.
Carlo Galeotti
Articoli: La sindaca Chiara Frontini e il marito Fabio Cavini a processo per le terribili frasi della cena dei veleni di Carlo Galeotti – Cena dei veleni, entra nel vivo il processo alla sindaca Chiara Frontini e al marito Fabio Cavini
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della Costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
