Viterbo – Una città può aspettare una sentenza per conoscere le responsabilità penali di chi la governa. Ma per giudicarne le parole, i comportamenti e l’idea di politica non deve chiedere il permesso a nessuno. Non deve attendere.
Chiara Frontini e il marito Fabio Cavini
Domani, 5 novembre, comincia il dibattimento vero e proprio del processo alla sindaca Chiara Frontini e al marito Fabio Cavini, imputati di minaccia aggravata in concorso per la cena dei veleni. Quella del 26 settembre 2023, a casa dell’allora consigliere di maggioranza Marco Bruzziches e della moglie Anna Maria Formini.
Un’accusa grave. Sarà la magistratura a stabilire se il reato contestato sia stato commesso e quali siano le eventuali responsabilità dei due imputati. Il rinvio a giudizio non è una condanna. Ma la presunzione di innocenza non impone ai cittadini di sospendere il proprio giudizio politico. Su come si gestisce un’amministrazione e come si tenta di tenere unita una maggioranza. Su come si agisce politicamente. Perché quella cena è una parte dell’azione politica di Frontini e dei suoi sodali.
Le parole pronunciate quella sera da Fabio Cavini, alla presenza della sindaca mai dissonante, meritano di essere rilette. E ascoltate, attraverso la registrazione pubblicata da Tusciaweb che ripubblichiamo. Per non dimenticare, tra un taglio di nastro e l’altro. Tra una inutile conferenza stampa senza domande e l’altra. Tra un video social di propaganda e l’altro.
“Noi quando vogliamo colpire o abbiamo qualcosa o la inventiamo”, dice Cavini. E aggiunge: “Non siamo dei principianti, se io voglio fare male, capisco chi del tuo stato di famiglia è più debole e vado a colpire quella persona”.
Fermiamoci qui un momento. Il familiare più debole. La persona da individuare per fare male a un’altra. Che cosa c’entra tutto questo con l’amministrazione di una città? Con il confronto fra consiglieri? Con il mandato ricevuto dagli elettori? Con la tutela della compattezza di una maggioranza?
Non stiamo parlando di una divergenza su un bilancio o di uno scontro sulle scelte urbanistiche. Qui viene evocata la possibilità di colpire qualcuno passando attraverso la fragilità della sua famiglia. È questo il linguaggio con cui si pensa di tutelare una maggioranza?
Cavini arriva a dire: “È un po’ come quando uccidi, sai, Marco (Marco Bruzziches, ndr), se tu uccidi una volta, poi dopo ti viene voglia di uccidere sempre e quindi non bisogna mai farsi prendere dalla mano”. E ancora: “A me non è mai piaciuto essere ricattato e di solito sono stato quello che ricattava”.
Sono parole di Cavini. Non una nostra descrizione, non un aggettivo scelto per rendere più impressionante il racconto. Sono le frasi riportate nella registrazione della cena, durante la quale, come abbiamo già evidenziato altre volte, Frontini non obietta a queste affermazioni. Non si smarca. Non zittisce pesantemente il marito dicendogli: “Ma che cazzo dici!?”. Chiunque a quelle parole avrebbe reagito così. Lei no. Tace.
Ed è proprio qui che la questione investe direttamente la sindaca. Sul piano politico deve spiegare ai cittadini quale ruolo attribuisca al marito, a quale titolo lui parli della tutela della maggioranza e quale giudizio dia di questo linguaggio. Essere il coniuge della prima cittadina non conferisce un mandato amministrativo. Non assegna un potere sui consiglieri. Non autorizza a presentarsi come il custode del loro comportamento che deve essere prono alla volontà della sindaca. Sempre.
C’è poi un’altra frase di Cavini che abbiamo pubblicato: “Ogni tanto bisogna fa vede’ che se sono contro di noi, si muore anche di fame, perché funziona così”.
Funziona così? A Viterbo la politica dovrebbe funzionare così?
Chi amministra rappresenta anche chi lo contesta. Anche chi lascia la maggioranza. Anche chi vota contro. Il dissenso è una libertà, non un’insubordinazione da punire. E la possibilità di lavorare e vivere nella propria città non può essere evocata come qualcosa che dipende dalla benevolenza di chi governa.
È questa la gravità politica della cena dei veleni. L’idea del rapporto con gli altri che emerge da quelle parole. Il confine fra la guida di un’amministrazione e la pretesa di fedeltà personale assoluta e cieca. Il posto assegnato a chi dissente: interlocutore da convincere o persona da colpire?
Va infine detto che un comportamento simile non si era mai visto sulla scena politica cittadina. E avrebbe fatto dimettere qualsiasi politico che avesse un minimo di decoro politico. Ma la vicenda ha attraversato la sindaca Frontini senza nessun turbamento né pentimento. Nemmeno un cenno di scuse. E nemmeno un rossore. D’altra parte è difficile dover rinunciare a incassare quasi 10mila euro lordi al mese, senza neppure avere l’onere di governare con efficienza la città.
Il dibattimento servirà ad accertare i fatti e le responsabilità penali nel contraddittorio fra accusa e difesa. È il compito della giustizia e va rispettato fino in fondo.
Ai cittadini resta una domanda altrettanto legittima, che nessuna attesa giudiziaria può cancellare: sindaca Frontini, è questa la sua idea di politica?
Carlo Galeotti
– Cena dei veleni, entra nel vivo il processo alla sindaca Chiara Frontini e al marito Fabio Cavini
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della Costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
