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Roma – Tinto Brass è morto oggi, 4 novembre, intorno alle 10.30 a Roma. Aveva 93 anni. La moglie Caterina Varzi e i figli Bonifacio e Beatrice hanno dato la notizia all’Ansa. La famiglia prevede un funerale privato.
Appena due mesi fa Venezia lo aspettava al Lido. Per la serata di preapertura della Mostra era stato scelto Col cuore in gola, il film che Brass aveva girato nel 1967 con Jean-Louis Trintignant ed Ewa Aulin. L’attrice era tornata a Venezia per rivederlo nella copia restaurata. Brass, costretto a casa per motivi di salute, aveva affidato alla moglie un messaggio per il pubblico. “Venezia mi è madre, moglie, amante”, aveva scritto della città in cui era cresciuto e alla quale sarebbe tornato, anche con la macchina da presa, per tutta la vita.
A Venezia aveva ambientato La chiave, il film che nel 1983 cambiò la sua carriera. Dal romanzo dello scrittore giapponese Jun’ichirō Tanizaki aveva preso la storia di un marito e di una moglie che affidano a due diari i desideri che faticano a confessarsi. Brass li portò nella Venezia fascista e diede loro i volti di Frank Finlay e Stefania Sandrelli. Scrisse, diresse e montò il film. Le musiche erano di Ennio Morricone.
Anche la storia di ciò che gli spettatori poterono vedere in sala racconta qualcosa dell’Italia di quegli anni. Prima di autorizzare La chiave, la commissione di censura ottenne il taglio di due scene e vietò la visione ai minori di 18 anni. Dopo l’uscita, la questura di Roma dispose il sequestro temporaneo della pellicola. Nel 1990, per abbassare il divieto ai 14 anni, arrivò una seconda versione, più corta di 415 metri di pellicola.
Il primo incontro di Brass con i censori risaliva a vent’anni prima e riguardava una storia di tutt’altro genere. Nel 1963, al debutto nel lungometraggio, aveva seguito per le calli di Venezia un ragazzo insofferente al lavoro e al futuro che gli altri immaginavano per lui. Il film si chiamava In capo al mondo. Quando gli chiesero di rigirarlo, Brass cambiò soltanto il titolo. Scelse Chi lavora è perduto.
All’anagrafe si chiamava Giovanni. Era nato a Milano il 26 marzo 1933. Il padre Alessandro era un avvocato veneziano, il nonno Italico un pittore. Proprio al nonno doveva quel “Tinto” che avrebbe portato sui manifesti del cinema. Da bambino amava disegnare e Italico gli aveva dato un soprannome ispirato a Tintoretto. Per qualche anno sembrò che dovesse seguire la strada del padre. Studiò giurisprudenza, prima a Padova e poi a Ferrara, dove si laureò nel 1957. Già nella scelta della tesi, però, si era fatto strada il cinema. L’argomento erano i rapporti di lavoro nelle imprese di produzione cinematografica.
Il mestiere lo imparò a Parigi. Alla Cinémathèque française di Henri Langlois lavorava nell’archivio in cambio di vitto e alloggio. Conservava le pellicole, le restaurava e imparava a montarle. Tornato in Italia, Roberto Rossellini gli affidò il montaggio del documentario L’India vista da Rossellini. Sul set di Il generale Della Rovere gli fece da aiuto regista. Prima di passare dietro la macchina da presa lavorò anche con il documentarista olandese Joris Ivens per L’Italia non è un paese povero.
Negli anni Sessanta passò dalla fantascienza di Il disco volante al western di Yankee. A Londra girò Col cuore in golae poi Nerosubianco, dove alle immagini della libertà sessuale dei giovani accostava scene di guerra. Nel titolo stesso si divertì a nascondere il tema del film. Bastava scrivere quattro lettere in maiuscolo, nEROSubianco, e la parola eros saltava agli occhi.
Negli anni Settanta il rapporto tra sesso e potere divenne il centro di Salon Kitty, ambientato nella Germania nazista, e di Caligola. Per la storia dell’imperatore romano ebbe a disposizione un cast che riuniva Malcolm McDowell, Helen Mirren, Peter O’Toole e John Gielgud. Ma proprio sul terreno a cui teneva di più, il montaggio, si consumò la rottura con la produzione. Escluso dalla lavorazione finale, Brass disconobbe la versione arrivata nelle sale.
Dopo La chiave, per Miranda tornò a un autore veneziano. Dalla Locandiera di Carlo Goldoni prese lo spunto per il personaggio affidato nel 1985 a Serena Grandi. Due anni dopo diresse Francesca Dellera in Capriccio. Con Snack Bar Budapest si concesse una deviazione nel noir, prima di tornare all’erotismo con Paprika, interpretato nel 1991 da Debora Caprioglio, e Così fan tutte, che nel 1992 fece conoscere al grande pubblico Claudia Koll.
Per molti anni al suo fianco, anche nel lavoro, ci fu la prima moglie Carla Cipriani, sceneggiatrice e madre di Beatrice e Bonifacio, morta nel 2006. Nel 2017 Brass sposò Caterina Varzi. È stata lei, lo scorso settembre, a ritirare al Lido il premio Pietro Bianchi che i giornalisti cinematografici italiani gli avevano assegnato. Nel messaggio che la moglie lesse a Venezia, Brass aveva riservato al premio poche parole. “Io, che ai riconoscimenti ufficiali ho sempre dato poco peso, questo me lo tengo stretto: non ci sarà un’altra occasione”.
